Salvo Riina da Vespa

Alice Airola, Figli della mafia

Il 9 maggio del 1978 moriva Peppino Impastato, giornalista, militante politico e poeta, vittima della mafia: quella stessa mafia che egli stesso aveva denunciato con forza nei suoi programmi alla radio; quella stessa mafia della quale faceva parte la sua famiglia. Ma questa non è una storia comune; Peppino Impastato era un’eccezione, un figlio ribelle che si opponeva senza mezzi termini alle attività mafiose del padre: era dotato di un coraggio tanto profondo da non temere nemmeno la morte. Di Peppino Impastato ce n’è uno solo, mentre esistono tantissimi “Salvo Riina”: “figli della mafia” che accettano senza troppe elucubrazioni etiche il destino criminoso scelto per loro dai genitori.

La decisione di Bruno Vespa di intervistare Giuseppe Salvatore Riina, detto Salvo, in occasione della pubblicazione del suo libro autobiografico “Riina Family life” ha fatto discutere. In molti hanno condannato aspramente la presenza del rampollo di Cosa Nostra nel salotto televisivo, tacciando come scandalosa la sua mancata condanna nei riguardi dei crimini commessi dal genitore. Eppure, tralasciando la comprensibile indignazione generata dall’intervista, condotta da un Bruno Vespa nemmeno troppo brillante, le parole di Salvo Riina ci possono insegnare qualcosa di davvero importante su Cosa Nostra: la mafia vive e si tramanda di generazione in generazione grazie ai suoi figli, un esercito silenzioso di “Salvo Riina” che aderiscono con convinzione a valori etico-mafiosi, mutuati dalla nostra tradizione e riadattati alle esigenze dell’organizzazione criminale. Emblematico a questo riguardo quel passaggio dell’intervista nel quale il figlio giustifica il rispetto e la stima che prova nei confronti del genitore citando il quarto comandamento “onora il padre e la madre” ma, all’obiezione di Vespa: “c’è un comandamento che dice di non uccidere”, risponde senza esitazione che lui non aderisce a tutti i comandamenti e che, in ogni caso, non tocca a lui giudicare. Sembra una contraddizione, forse lo è, ma è anche la forza della mafia: quella capacità di trasformare termini quali “onore” e “rispetto” in concetti che, all’occasione, non escludono l’omicidio e la vendetta.

Tali associazioni di idee alle orecchie di un mafioso non suonano stridenti e contraddittorie: l’onore e il rispetto degli affiliati a Cosa Nostra lasciano spazio anche alla violenza. Proprio in questa congerie di valori etici ribaltati e sanguinari si nasconde la forza di una delle organizzazioni criminali più importanti al mondo e proprio da qui è opportuno partire se si vuole comprendere e combattere il sistema mafioso.

 

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Massimo Bordin, Chiunque, anche il peggiore in assoluto, può essere intervistato. Persino Riina jr, Il Foglio, 7 aprile 2016

Il conformismo dell’anticonformismo è sgradevole. Questa è l’unica considerazione che mi teneva lontano dall’idea di occuparmi della querelle scatenata per l’intervista di Riina jr. a Porta a Porta. Poi la solita parola usata a sproposito, in commenti in teoria autorevoli come quello della presidente della commissione antimafia, mi ha fatto cambiare idea.

Dunque intervistare Riina jr. sarebbe “negazionista”. E perché mai? Lasciamo perdere la critica all’uso di un termine riservato ad altro. Il fatto è che qualsiasi persona, anche la peggiore in assoluto, può essere intervistata. Il problema sta nel risultato, che al 90 per cento dipende dal giornalista. In ogni caso va giudicato il prodotto. Proprio una intervista del genere può divenire un formidabile strumento per mostrare cosa sia il “sentire mafioso” e quanto sia esecrabile.

Il giovanotto ha detto che comunque di mafia non intende parlare? Sa benissimo che è impossibile. E’ figlio, fratello, nipote di mafiosi. La sua pretesa è irricevibile perché impossibile a realizzarsi. Piuttosto, la scelta del modo di parlarne sarà nelle mani del giornalista. E potrebbe venire fuori qualcosa di assai più sgradevole e perfino più pericoloso per la mafia di quanto possa essere una intervista a Rosi Bindi.

Lo sconsolato Buongiorno di Gramellini affronta in altro modo lo stesso tema http://www.lastampa.it/2016/04/07/cultura/opinioni/buongiorno/vespa-siamo-Dh2pSTXWZk3mXDVILI3XLJ/pagina.html

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4 pensieri su “Salvo Riina da Vespa

  1. la mafia o cosa nostra non è soltanto un fenomeno, è una grande calamità. Non vorrei essere scortese ma accostare alla parola mafia l’idea di riabilitazione è un controsenso concettuale. Ogni atteggiamento di Vespa è studiato e voluto. Lui sa e vuole essere solo un intrattenitore televisivo. Questo Rai 1 vuole da lui e tutti noi, anche sui social spendiamo troppo tempo su di loro. Andrebbero ignorati ma nessuno ci riesce.

  2. vorrei che vi giungesse l’eco di lacrime da parte di qualcuno che è costretto ogni giorno a vivere a strettissimo contatto con l’ambiente mafioso non perché ne faccia parte ma perché in una borgata di Palermo è impossibile che non sia così. Sapendo che la legge non può arrivare o arriva troppo tardi. Non ho visto l’intervista dell’inqualificabile Vespa perché il mio corpo si rifiuta di sentire e vedere anche in Rai persone del genere del rampollo Riina. Per una come me è intollerabile. Non credo che la mafia possa avere riscontri da eventi come questo, né dalla pubblicazione del libro.

    1. Rispetto a una reazione di rigetto fisico, non c’è argomentazione che tenga. Avrà visto che Bordin poneva il problema della qualità giornalistica. L’inqualificabile Vespa si comporta da animatore compiacente più che da interlocutore attento alla questione della verità. Alice Airola spiega che Riina junior non ha certo fatto un intervento capace di riabilitare la mafia. Il ruolo di Vespa in proposito si è rivelato debole, se non subalterno. La promozione del libro scritto da un criminale è cosa diversa da un’intervista seria allo stesso personaggio.

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