Marco Damilano, La scelta

Ieri sera, alla trasmissione di Enrico Mentana “Bersaglio Mobile” su la7, il deputato del Pd Andrea Romano ha difeso ancora una volta la posizione di astensione al referendum di domani sulle trivelle. La novità è che questa volta Romano, storico di professione, ha tirato in ballo uno dei padri nobili del cattolicesimo liberale e poi dell’Ulivo e del Partito democratico, il professor Pietro Scoppola. «Si astenne sul primo referendum, quello sul divorzio del 1974», ha detto Romano.

Errore da matita blu. Da cartellino rosso. Scoppola, storico scomparso nel 2007, nel 1974 non solo andò a votare ma fu tra i primi firmatari dell’appello dei “cattolici del No”, i credenti che difesero la legge sul divorzio, disubbidendo alla posizione ufficiale della Dc e della Chiesa. Tra gli 82 firmatari c’erano Arturo Parisi, Luigi Pedrazzi, Paolo Prodi, Raniero La Valle, Pierre Carniti: la prima grande crepa nell’unità politica dei cattolici che porterà venti anni dopo alla nascita dell’Ulivo. È vero che inizialmente Scoppola e altri (tra loro Beniamino Andreatta) avevano proposto una linea di astensione, ma per far fallire il progetto clericale, come reazione ai «disegni politici reazionari» che si muovevano attorno al fronte del Sì, il fronte che voleva abolire il divorzio e bloccare le conquiste civili di quegli anni: una Chiesa che aveva già perso di vista la lezione del Concilio, la Dc che svoltava a destra.

Una posizione di dissenso sofferto dal proprio mondo di origine. Simile a quello che spinse nel 2005 Romano Prodi ad andare a votare sui referendum sulla fecondazione assistita, da «cattolico adulto», nonostante la campagna per l’astensione del cardinale Camillo Ruini. Quando cominciò la battaglia referendaria vera e propria nel 1974, infatti, Scoppola e gli altri firmatari non esitarono a schierarsi e a fare campagna per il No. Il No vinse, il 12 maggio 1974. E i cattolici che avevano votato secondo la loro coscienza pagarono, per anni, la loro scelta. Alla fine della sua vita, infatti, uno dei più grandi dolori di Scoppola era ancora per un certo ostracismo della Chiesa ufficiale verso di lui. Gli anni in cui sulle colonne di “Avvenire” di Dino Boffo, per esempio, andava di moda Marcello Pera. Era il presidente del Senato e si batteva contro il meticciato dell’Europa portato, a suo dire, dai migranti.

Nessuno si ricorda più di Pera, per fortuna. E mentre scrivo ci sono le immagini emozionanti di papa Francesco che si inchina di fronte ai profughi nel campo di Lesbo. Non possiamo invece dimenticare Scoppola. Io lo ricordo la sera del 10 giugno 1991, in piazza Navona, a festeggiare la vittoria del comitato di Mario Segni sulla preferenza unica. Anche in quel caso si era detto: restate a casa, andate al mare, il quesito è inconsistente e pretestuoso, il voto è una bufala… Tutto legittimo, certo, ma anche tutto molto triste. Anche perché una volta che hai cavalcato questi argomenti è difficile poi dopo pochi mesi convincere gli elettori a votare per eliminare il Cnel o sostituire i senatori con i consiglieri regionali, come se fossero questioni più appassionanti o meno tecniche del rinnovo delle concessioni per le trivelle. Quella sera il professor Scoppola mordeva la pipa, guardava la folla da lontano, con pudore e sobrietà, era felice. La sua è sempre stata una lezione di scelta attiva, di impegno, di partecipazione, di coraggio, di una coscienza individuale che non si fa mobilitare da nessuno ma decide da sola. Il contrario di quello su cui puntano, sempre, gli astensionisti, di ieri e di oggi.

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