Era già l’ora che volge il disio

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’ han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more

Purgatorio, VIII, 1-6
 

 
Giuseppe Giacalone
Era già l’ora: l’interpretazione più comune è questa: era già l’ora che muta (volge: altri intende riporta indietro) il desiderio dei naviganti e intenerisce il loro cuore, nello stesso giorno (lo dì: compl. di tempo, illo die) in cui si sono distaccati dai loro cari amici; e che punge di amore, fa sentire pungente l’amoroso desiderio, la nostalgia della patria a chi da poco ha lasciato il suo paese (novo peregrin), se ode di lontano il suono di una campana, che sembra piangere il giorno che muore. Ma il Pagliaro, riprendendo una tesi che si era già affacciata, ma era stata respinta dal Tommaseo, ha proposto di recente con acuti argomenti una nuova interpretazione: era l’ora in cui (che) il ricordo del giorno (lo dì: soggetto), in cui hanno detto addio ai loro amici, muove alla nostalgia (volge il disio) e intenerisce il loro cuore ai naviganti, suscita nei naviganti il desiderio del ritorno e intenerisce il loro cuore; e in cui (che) il ricordo (del giorno in cui hanno detto ai loro amici addio) punge di amore il pellegrino non adusato (novo), non appena egli sente gli squilli della campana, che, come a piangere il giorno che muore, lo raggiungono sul suo cammino. «In tal modo lo stato d’animo viene rappresentato intransitivamente; da un lato il desiderio del ritorno, dall’altro il richiamo di amore; due stati emotivi, che sorgono in rapporto a quell’ora, in due situazioni diverse, ma affini» (Ulisse, Firenze, 1966, II, pp. 770-78). 
Anna Maria Chiavacci Leonardi
 
e che lo novo peregrin…: il soggetto è sempre l’ora del v. 1, che viene determinata con una seconda indicazione, simile e parallela alla prima: e che punge, fa sentire la puntura dell’amore – per la patria, per la famiglia – al pellegrino che si è messo in cammino da poco (novo), cioè, come i naviganti, la prima sera, o le primissime sere, all’udire il suono della campana serale – quasi certamente la squilla di Compieta – che sembri, al suo rattristato cuore, piangere il giorno morente.
Si noti la vaghezza indefinita dei tratti con cui è costruita la sequenza: tutto è indeterminato: l’ora stessa, i naviganti e il pellegrino (per dove? da dove?), il termine verso cui si volge il disio dei primi e l’amore dei secondi, la squilla (di una chiesa? di un convento? di una torre cittadina?); vaghi, ma almeno uno per verso, i termini che suggeriscono il sentimento: disio, intenerisce, dolci, amore, punge, pianger; sempre, come è proprio dello stile dantesco, strettamente funzionali.
La grande apertura racchiude in sé il ricordo di tante sere vissute nell’esilio, e insieme la dolcezza dei ricordi, e la speranza di ritrovare un giorno ciò che si è dolorosamente lasciato. E che cos’altro è il purgatorio, come Dante lo intende, se non un distacco progressivo da ciò che fu caro sulla terra, per ottenere tuttavia una pienezza nella quale ogni cosa sia consumata e ridonata?
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