Giuristi in ordine sparso

Fabio Martini, La Stampa

Matteo Renzi ha letto l’intervista-«dichiarazione di guerra» di Piercamillo Davigo alle 6,30 del mattino nella sua stanza dell’hotel Pierre, con vista sul Central Park, e appena terminata la lettura, ha deciso subito che fare. Davanti al più pesante attacco alla classe politica mai lanciato dall’Anm, andava opposto un muro di gomma: «Oggi io non parlo, farei il suo gioco: perché una replica avrebbe l’effetto di infiammare uno scontro che vuole soltanto lui». Un impegno al riserbo, rispetto al quale Renzi, sempre pronto a brusche correzioni tattiche, ha dato seguito per tutto il giorno. Con sapienti slalom davanti ai giornalisti che lo aspettavano in tutti i «passaggi» possibili all’interno del Palazzo delle Nazioni Unite e poi davanti alla Clinton Foundation.

E così, sul far della sera, mentre i giornalisti lo inseguivano tra le trafficatissime strade di Manhattan, tra un incontro con la delegazione delle Isole della Polinesia, una telefonata con Hillary Clinton e quattro chiacchiere col marito Bill, Matteo Renzi restava fedele all’impegno assunto di primo mattino: silenzio. Con una scommessa: portare Davigo all’autocombustione. Renzi non si è espresso in modo testuale con queste parole, ma esattamente questa è stata la scommessa e a fine giornata i fatti sembravano dargli ragione. L’auto-consegna del silenzio è stata accompagnata da un analogo invito, diffuso dallo staff di Renzi, ai notabili del partito: non si parla. E infatti tacevano i due capigruppo parlamentari, Zanda e Rosato, e i due vicesegretari, Serracchiani e Guerini.

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“Riforma sbagliata, no al referendum”

Appello di cinquanta costituzionalisti, tra cui undici presidenti emeriti della Consulta “Non c’è autoritarismo, ma il testo dà troppi poteri al governo. Si voti su quesiti separati”

Cinquanta tra i più autorevoli costituzionalisti italiani hanno diffuso ieri un documento per bocciare la riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum in autunno.

L’importanza dell’iniziativa – e la pericolosità per il premier, che ha deciso di giocarsi il destino politico al referendum – ha tre profili. Il primo è l’autorevolezza dei firmatari, tra i quali undici presidenti emeriti e sei ex giudici della Corte costituzionale, il gotha della dottrina pubblicistica nazionale. Il secondo è il diverso orientamento politico-culturale: Cheli, Onida e Zagrebelsky ma anche Baldassarre Mazzella e Vaccarella. Progressisti e berlusconiani, laici e cattolici. Il terzo è lo stile del documento, che sin dalle prime righe rifugge toni oltranzisti da democrazia in pericolo («non siamo tra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo»), riconosce alla riforma «condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni» e qualche merito nella revisione del bicameralismo perfetto, nella limitazione dei decreti del governo, nella previsione di tempi certi per l’approvazione di leggi importanti. Ciò rafforza la credibilità delle «doverose valutazioni critiche» dispiegate in tre pagine e sette punti.

La prima contestazione è di metodo: la riforma nasce da una «maggioranza variabile e ondeggiante» anziché da un ampio consenso, e il referendum viene trasformato in un plebiscito sulla sopravvivenza del governo. «La Costituzione non è una legge qualsiasi»: un metodo sbagliato corrompe anche i migliori fini, come dimostra la riforma del rapporto Stato-Regioni forzata dal centrosinistra nel 2001 e fallita.

Nel merito, il «condivisibile superamento del bicameralismo è stato perseguito in modo incoerente e sbagliato». Il nuovo Senato è «estremamente indebolito», non rappresenta le Regioni ma comitati partititi locali. L’elezione degli organi di garanzia – dal capo dello Stato alle alte magistrature – «rischierebbe di ricadere nella sfera di influenza dominante del governo».

«Incertezze e conflitti» istituzionali possono derivare dalla moltiplicazione dei processi legislativi e dall’indebolimento delle Regioni, «organismi privi di reale autonomia» in un disegno che «rinuncia a costruire strumenti efficienti di cooperazione tra centro e periferia».

Il documento è molto severo nei confronti dell’argomento, molto usato da Renzi, della riduzione di «poltrone e stipendi dei politici». In realtà, scrivono i costituzionalisti, limitare e sopprimere organi democratici «sembra un modo per strizzare l’occhio alle posizioni tese a sfiduciare le forme della politica intesa come luogo della partecipazione dei cittadini».

Infine i giuristi chiedono che il referendum non avvenga su un unico quesito, il che lo trasformerebbe in un voto sul governo con motivazioni «estranee al merito», ma su diverse parti omogenee, in modo che i cittadini possano approvare solo le novità più convincenti di una riforma che investe il 35% della Costituzione e il 57% della seconda parte.

Con questo, il più pesante per i nomi dei firmatari, sulla riforma costituzionale sono già quattro gli appelli dei costituzionalisti (alcuni ne hanno firmato più di uno). C’è quello radicalmente contrario (Rodotà, Azzariti, Pace); quello «cerchiobottista» dei professori di mezza età, con qualche accenno critico di metodo ma prudente nei confronti del governo (Caravita, Guzzetta); e quello schiettamente pro riforma (Ceccanti, Clementi).

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