Il 25 aprile di Foa

intervista raccolta dalla Repubblica il 25 aprile 2011

C’era allora, con tutta l’emozione di una “semplice telefonata”. E c’è oggi, “con i miei ricordi, niente di più”. Non sarà lui, che ha combattuto mille battaglie collettive e ideali, passando dalla Resistenza al sindacato al Parlamento, a costringere qualcuno a fare ciò che non sente, a chiedere che tutti ma proprio tutti scendano in piazza a celebrare il 25 aprile, la Liberazione, per soffermarsi su quella pagina di storia. “Secondo me siamo in tanti a non aver dimenticato”, dice Vittorio Foa con un pizzico di ironia. Padre nobile della sinistra, 90 anni, protagonista di quei giorni del ’45, oggi non vuole lanciare appelli. La sua è una preghiera laica: chi non crede al patrimonio di quella data faccia come se niente fosse, non intervenga. È una posizione più onorevole dell’ipocrisia. “Il ricordo spiega Foa non è un obbligo giuridico”.

Lei dov’era 56 anni fa?
“Partecipavo all’insurrezione di Milano. Erano giorni di grande fibrillazione, di attesa, di speranza e di disperazione. Ma se vuole sapere esattamente come ho percepito io che un potere repressivo stava finendo, cioè come ho toccato con mano la Liberazione dobbiamo anticipare i tempi di qualche ora. Il giorno prima della liberazione di Milano mangiavamo un panino con un gruppo di compagni in un’osteria vicino al palazzo di Giustizia. Era l’una, forse un poco più tardi. Il cameriere si avvicina al tavolo e domanda di uno di noi. “La vogliono al telefono”, dice. Il nostro compagno si alza, va all’apparecchio e quando torna da noi è pallido, balbetta: “Ho parlato con Genova, sono liberi, siamo liberi, i tedeschi si sono arresi”. Vede il paradosso: la notizia che tutto stava cambiando l’ho avuta grazie a una semplice interurbana. Anche allora funzionavano le nuove tecnologie e facevano viaggiare veloci le notizie… C’era ancora molto da fare, lo sapevamo bene. I fascisti non si erano arresi. Ma il senso della liberazione collettiva io l’ho avuto in quell’istante. E non l’ho dimenticato”.

“Dobbiamo sempre tenere a mente che il fascismo e Hitler non sono caduti per opera nostra, ma grazie all’intervento dei grandi eserciti. Non è stata la lotta partigiana a sconfiggere il fascismo, sono stati gli alleati. Ma il fatto di aver partecipato, di essere stati attivi, sia pure nella fase finale, in un’opera di liberazione collettiva ha avvicinato l’Italia ai paesi europei. E fu un passaggio importante, importante ancora oggi”.

E cosa le piacerebbe sentire in questo giorno?
“Mi piacerebbe ascoltare delle parole di verità. La verità. Ognuno deve esprimere la propria posizione personale. Ma non raccontino bugie, non ne posso più di certe palle clamorose. Le idee politiche non devono essere costringenti. Voglio delle idee libere. Dicano la verità, per favore”.

Ci si lamenta perché i ragazzi non sanno molto della Liberazione.
“Come fanno a ricordare una cosa di più di 50 anni fa? Se hanno voglia di sentire la storia di quei giorni, bisogno raccontargliela assolutamente. E bene. Altrimenti… Le ripeto: non credo che il ricordo vada imposto. Il ricordo più è libero e più vale. E questa è anche l’unica strada per farlo diventare un valore condiviso da tutti”.

°°°

Fòa, Vittorio

Fòa, Vittorio. – Uomo politico e sindacalista italiano (Torino 1910 – Formia 2008). Antifascista, tra i personaggi di maggiore rilievo della sinistra italiana ed europea, partecipò attivamente alla Resistenza nelle file del Partito d’azione a Torino e a Milano; deputato alla Costituente, è stato in seguito dirigente della CGIL e senatore nel gruppo della Sinistra indipendente.

Vita e attività Svolse attività clandestina nelle file del movimento di Giustizia e Libertà e collaborò all’omonimo settimanale e alla rivista Quaderni di GL, editi a Parigi. Arrestato nel maggio 1935, fu condannato a 15 anni di reclusione per cospirazione politica. Membro del Partito d’azione fino allo scioglimento, fu eletto deputato alla Costituente. Dal 1948 si dedicò all’attività sindacale, prima nella FIOM e poi nella CGIL. Segretario confederale della CGIL (1957-70), fu deputato del PSI (1953-64) e del PSIUP (1964-68). Cofondatore, dopo lo scioglimento di questo (1972), del PDUP e senatore (1987-92) nel gruppo della Sinistra indipendente, aderì (1991) al PDS.

Opere Dagli anni Ottanta ha pubblicato diversi e rilevanti scritti di riflessione teorica sulla sinistra e di memoralistica, tra i quali occorre citare La struttura del salario (1976), Per una storia del movimento operaio (1980), La cultura della CGIL (1984), Il cavallo e la torre (1991), Questo Novecento (1996), Le lettere della giovinezza (1998), Lavori in corso (1999), Passaggi (2000). Da Il silenzio dei comunisti (2002, in collaborazione con M. Mafai e A. Reichlin) è stato realizzato da L. Ronconi un adattamento teatrale, inserito nel progetto Domani, serie di spettacoli realizzati in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006. La produzione saggistica di F. è proseguita anche in anni più recenti, frutto della sua esperienza politica e umana: si segnalano ancora Un dialogo (intervista di C. Ginzburg, 2002); La memoria è lunga (2003, in collab. con F. Montevecchi); Il linguaggio del tempo (2004). Nel suo ultimo saggio, Le parole della politica (2008, in collab. con F. Montevecchi), F. ha analizzato il degrado della politica e del suo lessico, riflettendo sul processo di svuotamento di senso del linguaggio politico e sulle ragioni strutturali che gli soggiacciono; nello stesso anno un suo contributo è apparso nel volume di B. Trentin Lavoro e libertà. Scritti scelti e un dialogo inedito con Vittorio Foa e Andrea Ranieri. Nel 2010, in occasione del centenario della nascita sono stati pubblicati il volume Scritti politici. Tra giellismo e azionismo (1932-1947), a cura di C. Colombini e A. Ricciardi, e l’epistolario dal carcere Lettere della giovinezza, a cura di F. Montevecchi. (Treccani)

 

 

 

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