Sughero abbandonato alla corrente

George Steiner
Nel castello di Barbablu. Note per la ridefinizione della cultura. Conferenze in memoria di T.S. Eliot (1970), trad. di I. Farinelli, SE, Milano 1990
… queste sono solo vaghe congetture. Non è retorico ripetere che, al punto in cui ci troviamo, i modelli precedenti della cultura e della realtà sono di scarso aiuto. Persino il termine Note è troppo ambizioso per un saggio sulla cultura scritto in quest’epoca. Al massimo, si può cercare di mettere a fuoco certe perplessità. La speranza può essere racchiusa proprio in questo piccolo esercizio. “Un guscio spinto dal vento, finito”, dice Ezra Pound dell’uomo e di se stesso, maestro errante della nostra epoca, quando si approssima il ritorno:

Un guscio spinto dal vento, finito,
ma la luce canta eterna
fuoco fatuo su paludi
dove l’alga sussurra al mutar della marea.

°°°

Eugenio Montale, Barche sulla Marna,  Le Occasioni 1928-1939

Felicità del sùghero abbandonato
alla corrente
che stempra attorno i ponti rovesciati
e il plenilunio pallido nel sole:
barche sul fiume, agili nell’estate

e un murmure stagnante di città.
Segui coi remi il prato se il cacciatore
di farfalle vi giunge con la sua rete,
l’alberaia sul muro dove il sangue
del drago si ripete nel cinabro.
Voci sul fiume, scoppi dalle rive,

o ritmico scandire di piroghe
nel vespero che cola
tra le chiome dei noci, ma dov’è
la lenta processione di stagioni
che fu un’alba infinita e senza strade,
dov’è la lunga attesa e qual è il nome
del vuoto che ci invade.
Il sogno è questo: un vasto,
interminato giorno che rifonde

tra gli argini, quasi immobile, il suo bagliore
e ad ogni svolta il buon lavoro dell’uomo,
il domani velato che non fa orrore.
E altro ancora era il sogno, ma il suo riflesso
fermo sull’acqua in fuga, sotto il nido
del pendolino, aereo e inaccessibile,
era silenzio altissimo nel grido

concorde del meriggio ed un mattino
più lungo era la sera, il gran fermento
era grande riposo.
Qui… il colore
che resiste è del topo che ha saltato
tra i giunchi o col suo spruzzo di metallo
velenoso, lo storno che sparisce
tra i fumi della riva.
Un altro giorno,
ripeti – o che ripeti? E dove porta
questa bocca che brùlica in un getto
solo?
La sera è questa. Ora possiamo

scendere fino a che s’accenda l’Orsa.

(Barche sulla Marna, domenicali, in corsa
nel dì della tua festa).

Il pessimismo è trasparente, la poesia è marcata, nelle sue strutture portanti, da un richiamo al vuoto, non ci sono dubbi. Questo è forse il Montale più leopardiano che è dato incontrare. Il viaggio in barca o lo scorrere del fiume sono metafore della vita che va verso il nulla. Non è però questo l’unico filo conduttore del discorso. C’è uno splendido idillio iniziale e in apertura della terza strofa c’è una immagine della felicità, niente affatto giocata sull’esplosione del desiderio, come avveniva in Baudelaire, ma più contemplativa e estatica. “Il sogno è questo”… è una espressione perfetta dell’armonia con il mondo: non sempre c’è, nella vita, ma quando si palesa converte il presente immediato nell’eterno. (Giovanni Carpinelli

https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/19/forse-un-mattino-andando/

 

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