Era più che mia madre

Elio Vittorini morì a Milano il 12 febbraio 1966. Mezzo secolo fa. Lo vogliamo ricordare qui isolando un solo aspetto della sua opera, anzi una sola figura, quella della madre Concezione in Conversazione in Sicilia. Madre non dello scrittore ma del protagonista Silvestro Ferrauto. Il libro contiene il racconto di un viaggio che è di fatto un ritorno all’origine. Silvestro va a trovare la madre in Sicilia, appunto.
Ecco l’incontro:
“Spinsi la porta ed entrai in casa e da un’altra stanza una voce disse: – Chi è? – E io riconobbi quella voce, dopo quindici anni che non la ricordavo, la stessa di quindici anni prima ora che ricordavo: era alta, chiara, e ricordai mia madre parlare nell’infanzia da un’altra stanza.
– Signora Concezione, – dissi.”
Qui si passa da un capitolo all’altro mentre il discorso prosegue.
La signora apparve, alta, con la testa chiara, e io riconobbi perfettamente mia madre, una donna alta coi capelli castani quasi biondi, e il mento duro, il naso duro, gli occhi neri. Aveva alla spalle una coperta rossa in cui si teneva calda.”
Lo scambio tra Silvestro e la madre è lungo, occupa diversi capitoli. I due parlano di cucina, del nonno, di vecchie abitudini. Quando si arriva alla figura del marito che era il padre di Silvestro, ogni tenerezza viene meno:
” – Capisci che vigliacco era? E anche quando partorivo piangeva. Io avevo la doglia ma non piangevo, e lui piangeva. Avrei voluto vedere mio padre al posto suo!.”
Il figlio conserva un’immagine diversa di quel tempo:
“Potei ricordare mio padre con gli occhi azzurri e lucenti, al centro della mia infanzia e della Sicilia, nelle solitudini delle montagne, e ricordai anche mia madre, non infelice invero, facendo la padrona di casa e portando vino intorno e splendendo, ridendo, niente affatto infelice di un marito così gallo”.
Alla fine si capisce che Concezione sovrappone la figura del marito a quella del padre di lei, e a questo riserva un ruolo positivo, eroico e forte.
Mentre la aiuta a rigovernare i piatti, Silvestro si abbandona a una sua riflessione sull’altra metà del cielo:
“Queste nostre donne!” pensai, e non volevo dire le siciliane ma le donne in genere senza dolcezza per la notte sulle mani, e forse, alle volte, infelici di questo, gelose e selvagge per questo, non avere di odalische le mani come pur avevano il cuore e la faccia e non poter tenere i loro uomini legati a loro con le mani. Pensai mio padre e me, tutti gli uomini, col nostro bisogno di mani morbide su di noi, e credetti capire qualcosa della nostra inquietudine con le donne; di come eravamo pronti a disertare da loro, le donne nostre con le mani rudi e spicce, quasi maschili, dure nella notte; e di come si cadeva in schiavitù a chiamar regina una donna che fosse donna, odalisca, quando toccava. Era così, pensai, che si amava l’idea della gente di lusso, e di tutta la società civile-militare, le gerarchie, le dinastie, i principi e re anche nelle favole; per l’idea della donna che allevasse alla tenerezza le mani. Bastava sapere della esistenza loro, poter sapere che c’erano, queste donne, e vederle, al di là per noi dai cavalli e le insegne e gli eunuchi loro; ed era così, pensai, che si amava tutta la festa e il gran serraglio, gli uomini loro pure, e le trombe, le insegne, e che si stava al gioco e si distoglieva lo sguardo dalle donne e ragazze nostre pari cercando altre io, mio padre, ogni uomo, e cercando altro in altre senza mai supporre che si cercava un contatto di mani tenere su di noi. Questo pensai; e pensai vigliacchi noi, guardando le mani di mia madre, informi, e pensando ai suoi piedi anch’essi informi nelle vecchie scarpe da uomo, e che bisognava ignorare come parti di un’altra natura in lei, innominabili. Ma mia madre cantava ed era uccello cantando, mugolii, fischiettii e un gorgheggio a tratti, e le sue mani e i suoi piedi non importavano, e nemmeno i suoi anni importavano, e importava solo che cantasse, fosse uccello, la madre-uccello dell’aria e, nelle sue uova, della luce, che dà luce.”
Attraverso le mani e i piedi è stato introdotto nel racconto il tema della tenerezza che ritorna poco più in là e assume le sembianze del miele:
“Troppa ricchezza aveva lei in sé di madre per essere stata solo una moglie ed essersi consumata, meschina, povera diavola, dietro agli entusiasmi del suo uomo per altre donne. Troppo aveva vecchio miele in sé. Non poteva essere stata povera diavola.”
Il rapporto tra madre e figlio si fa ancora più confidenziale e così arriva la domanda sui tradimenti della madre:
“- Eri una sporca vacca tu quando facevi la cosa con altri uomini?
Mia madre non arrossì. I suoi occhi si accesero, la sua bocca si chiuse, dura, e tutta lei fu dura, più alta, agitata nel suo vecchio miele, ma non arrossì.
Allora il miele si fa libido e la risposta viene fuori con naturalezza:
“- Oh! – disse mia madre. Era di sasso in mezzo alla cucina, e sconvolta nel suo vecchio miele, ma non rossa, non vergognata. – Oh! – disse guardandomi dall’alto in basso.
Ed era più che mia madre, dicendo questo, madre-uccello, madre-ape, ma il suo vecchio miele in lei era troppo vecchio e si acquetò in lei, si stese, malizioso, ed io ero dopotutto un figlio di ventinove anni, quasi trent’anni, e a lei estraneo per metà di me, e così lei disse riprendendo a spazzare: – Bene, suppongo che se lo è meritato se sono stata con altri uomini una volta o due!” Si passa poi al “giro delle iniezioni”, Silvestro segue la madre, che visita varie persone del paese. E qui ogni tanto compaiono altre donne e il dialogo cade sulla bellezza femmininile.  Il tema del miele, invece, torna alla fine del libro, nel penultimo capitolo:

“Alzai allora gli occhi sull’ignuda donna di bronzo del monumento.

Era una bella donna giovane nelle sue dimensioni due volte il naturale e la sua pelle liscia di bronzo; ben fatta, avrebbe dichiarato mia madre; con gambe, con seni, con schiena, con ventre, con braccia… Era fornita di tutto quello che rende donna una donna, come uscita fresca dalla costola dell’uomo, invero. Aveva anche segnato, oscuramente, il sesso; e lunghi capelli le adornavano, con sessuale grazia, il collo; il volto sorrideva per sessuale malizia, per tutto il miele in lei, e per il suo stare ignuda là in mezzo, due volte più grande del necessario, in bronzo.”

Ci sarà tempo per parlarne ancora.

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