La strega, le streghe

Chiara Petrella

Nell’Ottocento, uno degli atti di nascita della moderna etnografia, secondo Franco Fortini, è il testo di Jules Michelet su La strega (1862), difficilmente catalogabile come genere. È un romanzo sotto forma di saggio, ma anche un saggio sotto forma di romanzo, condotto sempre con la specificità dei documenti storici, degli atti dei processi, delle carte degli archivi.
Il Michelet di questo volume apre le porte non solo all’etnografia ma anche alla storia sociale delle 
Annales. Un approccio altamente innovativo, che coniuga sociologia, storia e narrazione in un complesso rapporto, allora non ancora recepito: “Ecco ora il mio peccato, dove la critica m’aspetta al varco. […] invece di impelagarmi in prolisse spiegazioni, spesso ho colto un tenue filo biografico e drammatico, la vita di una stessa donna per trecento anni”.
L’approccio di Michelet è non solo storiografico ma biografico: “Ho tentato di riassumere la sua biografia di mille anni”, ed è in questa antropologia della letteratura che Michelet apre le strade agli studi di Joyce Lussu ma anche di altre scrittrici-studiose come l’Anna Banti di
Artemisia o la Marguerite Yourcenar di Memorie di Adriano.
Secondo Michelet la strega è l’immagine di una rivoluzione incompiuta, quella della Jacquerie (da Jacques Bonhomme, nome dispregiativo dato dai nobili ai contadini francesi), una rivolta rurale scoppiata nel 1358 a causa delle carestie della guerra dei cent’anni, il cui nome in seguito è passato a indicare tutte le insurrezioni del mondo contadino.
È tale sostrato rivoluzionario che secondo Michelet la Chiesa vuole stroncare, individuando in questa donna marginale un portato eversivo che dalle amazzoni arriva fino alla pétroleuse della Comune di Parigi (1871).

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Jules Michelet (1789-1874)

La Sorcière (1862)
brani

Era molto facile prendere le streghe con la confessione, a volte senza tortura. Molte erano mezze pazze. Confessavano di trasformarsi in bestia. Spesso le italiane diventavano gatte, e, scivolando sotto le porte, succhiavano il sangue dei bambini, dicevano. Nelle grandi foreste, in Lorena o nel Giura, le donne volentieri diventavano lupe, divoravano chi passava, a crederci (anche quando non passava nessuno). Al rogo. Ragazze giuravano d’essersi date al Diavolo, ed erano ancora vergini. Al rogo. Molte sembravano aver fretta, bisogno d’essere bruciate. A volte pazzia, frenesia. Altre disperazione. Un’inglese, condotta al rogo, disse al popolo: “Non accusate i miei giudici. Io, ho voluto perdermi. I miei genitori mi fuggivano con orrore. Mio marito m’aveva rinnegata. Sarei tornata nella vita senza onore. Ho voluto morire. Ho mentito”.

I baschi di Baiona e di Saint-Jean-de-Luz, avventurosi e eccentrici, follemente audaci, che andavano in barca per i mari più tempestosi, a caccia di balene, lasciavano molte vedove. Si gettarono in massa sulle colonie di Enrico Quarto, l’impero canadese, affidando le mogli a Dio o al Diavolo. Ai bambini, questi marinai, onesti e retti, ci avrebbero pensato di più, se ne fossero stati sicuri. Ma al ritorno, calcolavano, contavano i mesi, il conto non tornava mai. Le donne, graziosissime, piene di coraggio ed immaginazione, per tutto il giorno, sedute ai cimiteri sulle tombe, parlavano del sabba, nell’attesa di andarci la sera. Era per loro passione e furia. Natura le fa streghe: figlie del mare e dell’illusione. Nuotano come pesci, giocano fra le onde. Loro signore naturale è il Principe dell’aria, re dei venti e dei sogni, che gonfiava la sibilla e le soffiava l’avvenire. Il giudice che le brucia, è anch’esso affascinato: “Quando le si vede passare, capelli al vento e sulle spalle, le belle chiome, vanno, così cariche di gioielli e armate, che il sole vi passa come attraverso una nube, e lo splendore violento forma raggi d’ardore. Donde il fascino dei loro occhi, pericolo in amore, come nel sortilegio”.
Ricordate, caro Lancre, i processi iniziati fin dal 1491, e che forse contribuiscono a rendere tollerante il Parlamento di Parigi. Non brucia più Satana, poiché ci vede solo un fantoccio.
Molte monache cadono nella sua nuova trappola di assumere il volto d’un confessore amato. Ecco Jeanne Pothierre, religiosa di Quesnoy, matura, quarantacinque anni, ma, eh, troppo sensibile. Racconta gli ardori al suo “pater”, che non la sta a sentire, e fugge a Falempin, a qualche lega.
Il diavolo, che non dorme mai, capisce il vantaggio, e vedendola (parole d’annalista) “morsa dalle spine di Venere, assume, furbo, le forme del padre, e ogni notte torna al convento, e ci riesce, con tali inganni, che lei dichiara d’essere stata presa, alla fine, quattrocentotrentaquattro volte”. Ebbero gran pietà del suo pentirsi, e subito la dispensarono dall’arrossire, con una bella fossa murata lì vicino, al castello di Selles, dove morì in fretta, ma di una ottima morte cattolica… Si può immaginare qualcosa di più commovente?
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http://locandalibri.blogspot.it/2013/01/recensione-de-la-chimera.html

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