Celeste, la schiava in fuga

Solomon Northup, Tentativi di fuga e di rivolta, in La condizione dello schiavo, a cura di Bruno Armellin, Einaudi, Torino 1975

… fra tutti il caso più straordinario di una persona riuscì a sfuggire ai cani e ai cacciatori è quello di Celeste, una delle ragazze schiave di Carey. Celeste aveva diciannove o vent’anni, era di carnagione più chiara del suo padrone e di tutti i figli di lui: bisognava osservarla molto bene per scoprire nel suo aspetto una qualche traccia di sangue africano, e un estraneo non avrebbe mai immaginato in lei una discendente di schiavi. Era notte tarda e stavo suonando il violino in sordina, quando silenziosamente si aprì la porta e Celeste mi si presentò davanti. Era pallida e smunta. Non sarei rimasto più sbigottito se mi fosse apparso un fantasma.                                                                                                                                      – Chi sei? – chiesi, dopo averla guardata per un momento.             Ho fame, dammi del lardo, – rispose.                                               La prima impressione fu che si trattasse di una padroncina un po’ squilibrata scappata da casa, che andava in giro senza sapere dove ed era stata attratta dal suono del violino;ma gli abiti da schiava che portava indosso mi fecero presto cambiare idea.                                                                                                        La interrogai di nuovo: – Come ti chiami?   – Celeste – rispose. – Appartengo a Carey, sono rimasta due giorni nascosta tra le palme. Sto male e non sono capace di lavorare; è meglio che crepi nelle paludi piuttosto che farmi bastonare a morte dal sorvegliante. I cani di Carey non mi prenderanno. Hanno tentato di mettermeli dietro; ma c’è un segreto tra loro e Celeste e gli ordini del sorvegliante non serviranno. Dammi da mangiare, sto crepando di fame.                                                                                                                                                            Divisi con lei la mia scarsa razione e mentre mangiava mi raccontò come era riuscita a scappare e mi descrisse il suo nascondiglio: al margine della palude, a neanche mezzo miglio dalla casa di Epps, c’era una zona piuttosto ampia, un’estensione di migliaia di acri, tutta fittamente ricoperta di palme: gli alberi alti, con il fogliame che si intrecciava tutto, formavano una specie di baldacchino, tanto denso da impedire il passaggio dei raggi del sole. Era come se fosse stato sempre il crepuscolo, anche nelle ore di maggior luce. Al centro di questo ampio spazio, un luogo scuro e solitario visitato solo dai serpenti, con i rami morti caduti a terra Celeste s’era costruita una capanna, e l’aveva ricoperta di foglie di palma: era l’abitazione che s’era scelta, e non temeva i cani di Carey più di quanto io temessi quelli di Epps. È un fatto che non sono mai stato capace di spiegare come ci siano persone le cui tracce i cani si rifiutano di seguire: Celeste era una di quelle persone.     Per parecchie notti venne a prender cibo nella mia baracca; una volta i cani abbaiarono, Epps si svegliò e si alzò a perlustrare la zona; non la scoprì, ma da allora non ritenemmo prudente che si avventurasse nell’aia. Quando il silenzio era completo portavo io le provviste in un certo luogo concordato in precedenza.                                                                                       In questa maniera Celeste passò la maggior parte dell’estate, riacquistò la salute e ridiventò forte e sana. In tutte le stagioni dell’anno si possono sentire la notte gli ululati degli animali selvatici ai bordi delle paludi, e molte volte le fecero una visita notturna svegliandola con il loro brontolìo. Terrorizzata da queste visite sgradevoli decise infine di abbandonare quel luogo solitario, ritornò dal padrone, venne legata e con il collo infilato nella gogna ricevette le frustate che le spettavano, e poi fu rimandata a lavorare nei campi.

ANTEPRIMA Schiavi del lavoro a Radio Precaria, in collaborazione con ISMEL, 16 maggio ore 20, Polo del ‘900 / Palazzo San Daniele – sala polivalente (via del Carmine 14 – TO)

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