Jean-Paul e Simone

L’altra faccia della luna
Nicola Ghezzani

http://nicolaghezzani.altervista.org/index.html

Figlia di una ricca famiglia alto-borghese impoverita, la giovane Simone de Beauvoir si appassiona agli studi e giunta all’Università si iscrive alla facoltà di Filosofia della Sorbona, a Parigi. Qui conosce Jean-Paul Sartre, intelligente collega dotato di un eccezionale spirito polemico, e avvia con lui una relazione d’amore e una vita di coppia fra le più lunghe e tormentate della tradizione filosofica moderna. I due enfants prodiges si laureano a pieni voti nel 1928, all’età di Simone di ventuno anni e di Jean-Paul di ventiquattro. A lui va il voto migliore in assoluto, a lei il secondo. Il successo arriva presto per entrambi, per consolidarsi nel primo dopoguerra, quando l’enorme fama mondiale mette a loro disposizione una ricca messe di possibilità erotiche. Sartre non si proibisce nulla. Anzi, da tempo, sin dal momento del loro primo incontro, ha chiesto a Simone la “sottoscrizione” di un “contratto” che prescrive un rapporto di coppia “libero”, ossia non esclusivo ed aperto alle novità. Simone lo accetta, ma fra i due sarà lei a soffrirne di più.

Il patto contemplava un paio d’anni di convivenza alternati a un altro paio di separazione e di vita libera. I due compagni avevano il diritto di intessere relazioni con altri partner, ma anche l’obbligo di raccontare ogni cosa all’altro. Simone e Jean-Paul erano d’accordo nel considerare il matrimonio una obsoleta istituzione borghese; pertanto il loro stile di vita fu improntato all’impegno “libertario” di negare al loro legame ogni possibile istituzionalizzazione, quindi anche ogni forma di consuetudine. In realtà, esso divenne una istituzione, sebbene di successo limitato; generò infatti il modello della “coppia aperta”, che plasmò il comportamento e la morale di molte coppie europee e ancor più americane dagli anni Cinquanta fino agli anni Settanta. Dunque, mentre interpretò con una certa pignoleria intellettuale l’amicizia fra uomo e donna, la loro camaraderie, evitò con cura di interrogarsi su cosa potesse essere l’amore, con ciò dando per sottinteso che fosse il pavido sentimento responsabile della vieta morale borghese del matrimonio.

Ecco cosa afferma Sartre, nella sua opera maggiore, a proposito dell’amore. Quando un innamorato mostra il suo amore alla persona amata, “l’amato non può voler circoscrivere spontaneamente la sua libertà”. Quindi si domanderà: “Perché io devo perdermi in un altro?” Amare viene sentito e descritto da Sartre come perdersi, rendersi schiavo dell’altro vissuto come un padrone. Impostato il problema in questo modo, Sartre è costretto a far agire l’amante innamorato: “L’amante perciò deve sedurre l’amato […] Con la seduzione cerco di costituirmi come un pieno di essere e di farmi riconoscere come tale […] mi propongo come insuperabile”. Nelle pagine di Sartre colui che ama può solo trovare resistenze al suo desiderio, quindi deve sedurre, catturare l’oggetto del suo amore. Ma in tal modo annullerà la libertà del suo amato dimenticando che questa è la condizione primaria dell’amore. Nessuno infatti può amare chi non è libero di rifiutarlo. Di qui la sua conclusione cinica e nichilista: “l’amore è uno sforzo contraddittorio per superare la negazione di fatto […] ciascuno è alienato solo in quanto esige la alienazione dell’altro” (1, p. 456), cioè di fronte all’impossibilità dell’amore, ciascuno non può che essere schiavo della propria violenta necessità di dominare.

Con queste premesse intellettuali, condivise da Simone, tutto nella vita della coppia comincia a girare intorno al tema della forza, di una sicumera individualista la cui posta in gioco è l’autonomia individuale, l’inviolabilità dell’individuo; gioco al massacro nel quale Simone prende volentieri la parte della debole, di colei che cede alla maggior potenza e maestà del suo signore e padrone. Alla fine, eressero nella loro vita di coppia, che ne fu dominata, due istituzioni inviolabili: l’Individuo e il Partito Comunista.

Impegnati con rigore ossessivo nella militanza politica, si lasciarono sfuggire “verità minori” e soprattutto non compresero l’assoluta eterogeneità dell’amore rispetto a qualunque istituzione. La rivoluzione per loro poteva esser fatta solo dal Partito Comunista o dal libero intellettuale votato all’azione politica: dunque, dal gruppo rivoluzionario istituzionale o dall’individuo solitario illuminato dalla cultura.

Tradita nelle sue aspettative di amore sia dal partner che dalla sua stessa ideologia che la costringeva a reprimere ogni desiderio di natura passionale, Simone scivolò ben presto nella depressione e in una certa consuetudine con l’alcol. Sartre la tradiva in modo sistematico, anche con giovani studentesse che non di rado era Simone stessa a fargli conoscere e che, ospitate in casa, divenivano sue amanti sotto gli occhi della compagna. Legata al patto intellettuale stretto con Jean-Paul, Simone soffriva da morire, ma si imponeva di nasconderlo. Secondo la sua biografa Deirdre Bair, era “imbarazzata, triste e turbata a causa della sua involontaria complicità con quel che era diventata la vita sessuale di Sartre con altre donne e quasi mai con lei” (2, p. 211).

Il loro rapporto conobbe una crisi ancora più grave quando Sartre comunicò a Simone che avrebbe vissuto alcuni mesi l’anno con la sua nuova amante, Dolores Vanetti. Ma il colpo di grazia finale Simone lo ebbe quando l’amato Jean-Paul decise di nominare come sua esecutrice testamentaria per l’opera non lei, che l’aveva seguito nel lavoro intellettuale e politico per l’intera vita, ma Arlette Elkaïm, una studentessa ebreo-algerina sconosciuta al mondo culturale che era diventata, come le altre, la sua giovane e compiacente amante.

Nel caso di Simone de Beauvoir la sottomissione all’arbitrio maschile è un curioso mélange di modelli di femminilità tradizionali, manifesti nel suo servilismo verso l’uomo, e di un estremo individualismo, un culto della “libertà personale” mascherato appena da una ideologia libertaria di sinistra. Poiché negava che l’amore potesse essere una via alla liberazione personale e alla rigenerazione dei rapporti sociali e si era votata a una orgogliosa e quasi stoica indifferenza alla spietatezza affettiva del partner, Simone soffrì di nascosto. Negò fino alla fine, tanto nell’autobiografia quanto nelle interviste della vecchiaia, di aver mai dubitato delle ragioni del suo tirannico idolo. 

  1. Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1964.
  2. Deirdre Bair, Simone de Beauvoir: a biography, Summit Books, New York 1990.

http://www.theguardian.com/world/2005/jun/10/gender.politicsphilosophyandsociety         https://www.nytimes.com/books/00/04/16/specials/johnson-bair.html    http://www.cles.com/enquetes/article/sartre-et-beauvoir-le-pacte-de-poly-fidelite

 

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