Il grande amore di Voltaire

Anais Ginori
Elisabeth Badinter racconta la straordinaria Madame du Châtelet
Ode a Émilie nostra signora dei Lumi. “Fu il grande amore di Voltaire che da lei imparò la filosofia e il pensiero astratto”. “Fu la prima scienziata e matematica madre spirituale delle donne moderne”

la Repubblica, 19 marzo 2015

PARIGI Dopo la sua morte, Voltaire scrisse: «Non ho perduto un’amante ma la metà di me stesso. Un’anima per la quale sembrava fatta la mia». La relazione tra il filosofo ed Émilie du Châtelet è stata una delle storie d’amore più appassionate dell’Illuminismo, una relazione in cui si mischiavano il piacere dei sensi e un instancabile lavoro intellettuale. «Una coppia che ha sfidato i pregiudizi dell’epoca com’è stato nel Novecento per Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir» racconta Elisabeth Badinter, che ha fatto riscoprire la figura della marchesa du Châtelet dedicandole una biografia.

In Italia esce adesso il Discorso sulla Felicità di Émilie du Châtelet (Elliot edizioni)*, in cui Badinter firma la prefazione. «Era un personaggio moderno, una delle madri spirituali delle donne del ventunesimo secolo» racconta la filosofa nella sua casa affacciata sui giardini del Luxembourg, con due ritratti di Émilie du Châtelet appesi sopra alla sua scrivania.

Cosa la affascina in questa intellettuale del Settecento in fondo poco nota?

«Intanto le donne intellettuali all’epoca erano poche, e lei è stata la prima scienziata di Francia. Soprattutto, era estremamente libera. A dispetto degli obblighi sociali, Émilie du Châtelet è la persona che si è sottomessa di meno ai pregiudizi della sua epoca e che ha saputo dar prova di stravaganza, indipendenza e ambizione contro un mondo ostile a tali pretese. A trent’anni, la marchesa du Châtelet lascia Parigi, marito, bambini e amanti per andare a vivere con Voltaire nel castello di Cirey, al confine con la Lorena. Dal 1733 al 1746 ne è l’amante, la compagna e la musa. Muore nel 1749 a causa di una gravidanza in età avanzata, mentre ha appena finito di tradurre Newton».

«Siamo dei filosofi molto voluttuosi » scriveva Voltaire a proposito della sua relazione con la marchesa.

«Vivevano nel lusso, ognuno aveva il suo appartamento. Nel castello c’era un teatro, nel quale la marchesa recitava fino all’alba. Oltre che essere filosofa, scienziata, era anche un’ottima attrice. Aveva un’energia formidabile, dormiva e mangiava poco. Amava pazzamente il sesso, anche se Voltaire non era sempre all’altezza delle sue attese. Andava sempre in cerca di sensazioni forti. Giocava d’azzardo, scommettendo soldi che non aveva e spesso Voltaire doveva saldare i suoi debiti. Ma era anche una donna razionale, studiosa, erudita ».

Perché scelse di studiare matematica?

«Era una disciplina quasi sconosciuta alle donne del suo tempo, anche se nell’aristocrazia c’era una piccola moda. Ma al contrario delle duchesse de Chaulnes, d’Aiguillon o de Saint-Pierre, che ci provarono per qualche tempo solo perché il seducente Maupertuis aveva portato i matematici in voga, Émilie du Châtelet ne ha fatto un impegno costante fino agli ultimi anni della sua vita. Dalla matematica alla fisica, e dalla metafisica all’analisi dei testi biblici, è il più solido e completo personaggio di scienza del suo tempo».

Il suo soprannome era “Pompon Newton”?

«Così la chiamava Voltaire per indicare la passione che nutriva sia per i fronzoli che per lo scienziato inglese. Contribuisce alla divulgazione e allo sviluppo delle teorie di Leibniz e di Newton. La prima tappa del suo riconoscimento scientifico è sancita quando concorre anonimamente al Prix de l’Académie des Sciences nel 1738. Il tema, “De la nature du feu et de sa propagation”, aveva ispirato Voltaire. Lei decide, senza avvertirlo, di inviare un testo cui aveva lavorato segretamente. Nessuno dei due ottiene il premio, ma entrambi vengono pubblicati a spese dell’Académie. La sua più grande impresa è stata però la traduzione in francese dei Principia di Newton».

Ha influenzato anche l’opera di Voltaire?

«È stata la sua maestra dal punto di vista filosofico. Fino a quando non incontra la marchesa du Châtelet, Voltaire scrive più che altro pamphlet, teatro. È lei che lo introduce all’astrazione filosofica, al mondo dei concetti. Madame du Châtelet era agnostica e probabilmente atea, anche se non si poteva dire all’epoca. Lei e Voltaire, all’inizio della loro passione, passavano le giornate al letto, analizzando l’Antico e il Nuovo Testamento, e facendosi un sacco di risate. È un aneddoto straordinario, che ben rappresenta la storia dei Lumi. Tra loro c’era una complicità intellettuale forte. Anche dopo che Voltaire la lascia per un’attrice e soprattutto per la nipote, Madame Denis, il legame non si spezza ».

Una relazione conflittuale?

«Nel 1740, Madame du Châtelet pubblica Institutions de physique, testo che la rende la rappresentante ufficiale di Leibniz in Francia, con grande malcontento di Voltaire, che invece è rimasto fedele a Newton. A lei non importa. Non si cura neanche delle critiche della setta cartesiana e dei devoti di Newton, al quale tra l’altro tornerà a dedicarsi successivamente. Anche nei momenti più tesi, Voltaire ha sempre difeso pubblicamente la libertà di pensiero della sua compagna. Era solidale in tutto. Dopo la sua morte prematura commentò: “Era un grande uomo la cui unica colpa fu essere una donna”».

Qual è il valore filosofico del “Discorso sulla Felicità”?

«Scritto subito dopo la fine del sodalizio con Voltaire e pochi anni prima di morire, è stato pubblicato postumo nel 1779. Non sarebbe mai potuto uscire mentre Madame du Châtelet era ancora in vita: si sarebbe coperta di ridicolo. Rispetto ai tanti trattati sulla felicità dell’epoca, è un testo molto personale, una sorta di diario, un breve saggio autobiografico in cui fa un bilancio di conquiste e sconfitte, ma soprattutto parla delle sue tante e diverse passioni. È un inno all’ambizione femminile. Quando non si è credenti, la voglia di lasciare una piccola traccia in questo mondo è una sorta di eroismo. Nei testi religiosi l’ambizione è considerata un peccato. Per me, invece, è una virtù che molte donne dovrebbero coltivare».

Voltaire e il suo Trattato sulla tolleranza sono tornati in cima alle classifiche dopo gli attentati parigini. Cosa ne pensa?

«Sulla lotta contro il fanatismo religioso, non c’è niente di meglio. Voltaire è un militante della tolleranza, non un intellettuale da salotto. Interviene pubblicamente, cerca di scuotere le coscienze, vuole creare un movimento. Ha una penna di una strepitosa ironia e di una crudeltà terribile. Neppure Rabelais, predecessore illustre nella lotta contro il fanatismo, è così chiaro, efficace. Voltaire fa ridere ma anche riflettere: un altro livello rispetto a Charlie Hebdo ».

http://machiave.blogspot.it/2014/10/voltaire-emilie-e-le-altre.html

http://machiave.blogspot.it/2014/12/femmes-au-siecle-des-lumieres.html

* “Non sorprende che per due secoli il “Discorso” sia stato negletto”. Antonio Gurrado, L’improbabile femminismo di Émilie du Châtelet: “Felicità è un uomo”, Il Foglio, 4 aprile 2015

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