Fabrizio Del Dongo a Waterloo

Come trovarsi dentro una grande battaglia, tanto da poter dire: “io c’ero”, senza per questo afferrare il senso di ciò che accade. E’ il cosiddetto paradosso di Stendhal. Una battaglia come Waterloo si svolge in un ampio spazio e il terreno per di più ha forma ondulata con spesso ostacoli capaci di occultare in tutto o in parte l’orizzonte. Esserci non offre in modo certo una visione privilegiata al testimone. In questo caso il bravo Fabrice confessa candidamente di non capirci nulla. (Giovanni Carpinelli)

Stendhal, La Certosa di Parma, capitolo III

A un tratto, partenza al galoppo. Pochi momenti dopo, Fabrizio vide, una ventina di passi innanzi a sé, un campo lavorato nel quale la terra era via via smossa in modo inconsueto. I solchi eran pieni d’acqua e dalle umide porche neri frammenti di terra sbalzavano sino a tre o quattro piedi di altezza. Notò, passando, quella singolarità; poi, mentre ancora rifletteva sulla gloria del maresciallo, udí, lí presso, un grido acuto: due usseri cadevano colpiti da una cannonata; e quand’egli si volse a guardarli, la scorta li aveva già lasciati indietro una ventina di passi. Orribile a vedere gli fu un cavallo sanguinante che si rotolava dibattendosi sul terreno, e tentando di seguir gli altri cacciava i piedi nel proprio ventre, mentre il sangue colava a fiotti nella mota.

«Ah, son dunque al fuoco! finalmente! l’ho visto il fuoco! — si diceva soddisfatto. — Ora sono un soldato davvero.» La scorta andava di carriera e il nostro eroe capí che eran le palle quelle che facevano schizzar la terra da tutte le parti. Aveva un bel guardare là donde venivano: vedeva soltanto il fumo biancastro della batteria a distanza enorme, e tra il rombo eguale e continuo delle cannonate gli pareva di sentir delle scariche assai piú vicine. Non si capiva nulla.

A un tratto, i generali e la scorta scesero in un sentiero pieno d’acqua, a cinque piedi sotto il livello del campo. Il maresciallo si fermò, riprese a guardar col cannocchiale e Fabrizio, che questa volta lo potè contemplare a suo agio, lo vide biondo, con una gran testa rossa. «In Italia di quelle figure non ne abbiamo» disse fra sé; e malinconicamente soggiunse: «Io cosí pallido, con i capelli castagni, non potrò mai essere a quel modo». E voleva dire: «Non sarò mai un eroe». Guardò gli usseri della scorta: meno uno, tutti avevano de’ baffi gialli: ma,come Fabrizio guardava gli usseri, questi guardavan lui, che vedendosi fissato arrossí, e per nasconder l’imbarazzo si voltò verso il nemico. Scorse lunghe righe di uomini vestiti di rosso che gli parvero — e ne stupí — cosí piccoli, da giudicar quelle file, che pur erano reggimenti o divisioni, non piú alte d’una siepe. Una fila di cavalieri rossi trottava per avvicinarsi al sentiero infossato in cui s’eran cacciati il maresciallo e la scorta,camminando al passo e sguazzando nel fango. Andavano innanzi senza veder nulla, a cagion del fumo salvo di quando in quando qualcheduno che galoppava, e la cui figura si staccava sul fondo bianco del fumo.

All’improvviso, dalla parte del nemico, Fabrizio vide quattro uomini che venivan di carriera. «Ah, ci attaccano!» disse fra sé; ma poi vide due di questi uomini parlare al maresciallo. Uno dei generali del suo seguito partí di galoppo verso il nemico, con due usseri di scorta e coi quattro uomini giunti allora. Di là da un fossatello che tutti guadarono, Fabrizio si trovò vicino a un quartiermastro, che aveva un’aria bonacciona.

«Bisogna che gli parli, — pensò — forse finiranno di squadrarmi.» Meditò a lungo.

— Signore, è la prima volta che assisto a una battaglia; — disse al quartiermastro — ma questa è una vera battaglia?

— Eh! sí: piuttosto… Ma voi chi siete?

— Sono fratello della moglie d’un capitano.

— E come si chiama questo capitano?

Brutto impiccio: il nostro eroe non aveva previsto la domanda. Per fortuna, il maresciallo e la scorta ripartirono al galoppo. «Che nome francese gli dirò?» almanaccava: finalmente, ricordandosi il nome del padrone dell’albergo dove aveva alloggiato a Parigi, e riavvicinato il proprio cavallo a quello del quartiermastro, gridò con quanta ne aveva nell’ugola:

— Il capitano Meunier.

L’altro, equivocando per il rombar del cannone:

— Ah, il capitano Teulier? Be’, è morto.

«Bravo! — si disse Fabrizio — ora bisogna simular l’afflizione.» E prese un’aria addolorata.

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Mark Richard Bois 

http://ir.library.louisville.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1122&context=etd

Historians usually divide the battle into five phases: the attack on Hougomont, D’Erlon’s infantry attack, the French cavalry attacks, the fall of La Haye Sainte, and the attack of the French Guard. Of course, the average soldier certainly had no sense of such a sequential progression to the day. Many participants in the battle echoed the opinion of one British officer who stated that smoke and confusion obviated “all possibility of their giving any correct account of the battles in which they may be engaged.” Battles are essentially an exercise in organized confusion, so to give any semblance of descriptive order to such a confused event requires the imposition of broad-stroke frames of reference.

John Keegan, Il volto della battaglia, Mondadori, Milano 1978 [1976]

E’ probabilmente inutile sottolineare che le “cinque fasi” della battaglia non furono viste come tali da nessuno dei combattenti e neppure da Wellington o da Napoleone (…) Pochi metri di dislivello (…) bastavano a istituire la differenza che corre tra una visione a volo d’uccello e una visione per così dire da formica. (…) Persino sulla cresta, punto più alto dello schieramento inglese, l’orizzonte dei soldati era limitato da forti ostacoli fisici. In molti punti, per lo meno all’inizio della battaglia, il grano e l’orzo erano sufficientemente alti da permettere al nemico di avvicinarsi a tiro di fucile senza essere scoperto.

 

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