Joyce, il ritratto di Gerty

James Joyce, Ulisse (1922), “Nausicaa”, Le rocce

È ormai sera e Bloom decide di andarsi a riposare sulla spiaggia, dove trova una fanciulla, Gerty McDowell, che sorveglia dei bambini. Gerty è consapevole dello sguardo lascivo di Bloom alle sue gambe, e sornionamente si presta al voyeurismo dello sconosciuto («Nausicaa»).

Ma Gerty chi era?
Gerty MacDowell che era seduta vicino alle compagne, perduta nei suoi
pensieri, lo sguardo fisso nelI’infinito, era a vero dire il più bell’esempio
che si potesse desiderar di vedere di giovane bellezza irlandese. Era
riconosciuta come una bellezza da tutti quelli che la conoscevano benché,
come la gente soleva dire, fosse più una Giltrap che una MacDowell. La
sua figurina era svelta e graziosa, un tantino esile se vogliamo ma quelle
pastiglie di ferro che stava prendendo da qualche tempo le avevan fatto
un mondo di bene molto meglio delle pillole per la donna della vedova
Welch e stava molto meglio riguardo a quelle perdite che era solita
avere e a quel senso di stanchezza. Il pallore cereo del volto aveva un
che di spirituale nella sua eburnea purezza, per quanto la bocca a bocciolo
di rosa fosse un vero arco di Cupido, di perfezione greca. Le sue mani
erano di un alabastro finemente venato con dita affusolate bianche quanto
avevano potuto renderle il sugo di limone e la regina delle pomate, però
non era vero che si mettesse i guanti di camoscio quando era a letto o
facesse i pediluvi di latte. L’aveva detto una volta a Edy Boardman
Bertha Supple, mentendo spudoratamente, quando era ai ferri corti con
Gerty (le amichette avevano naturalmente le loro questioncelle di tanto
in tanto come tutti gli altri mortali) e le aveva detto di non far sapere
qualsiasi cosa succedesse che gliel’aveva detto lei sennò non le avrebbe
più rivolto la parola in vita sua. No. Rendiamo onore al merito. C’era
un’innata raffinatezza, una languida regale hauteur in Gerty, di cui erano
prove inequivocabili le sue mani delicate e il collo del piede inarcato.
Se solo il fato benigno avesse voluto che nascesse gentildonna di alto
rango al suo giusto posto e se solo avesse usufruito d’una buona
istruzione, Gerty MacDowell sarebbe stata tranquillamente alla
pari accanto a qualsiasi altra gran dama e la si sarebbe vista adorna
di vesti preziose, con gioielli sulla fronte e nobili adoratori ai piedi
in gara I’uno con l’altro a renderle devoto omaggio. E chissà che non
fosse questo, I’amore che avrebbe potuto essere, a donare talora al
suo volto dai lineamenti cosl dolci, quella intensità dai mille taciti
significati, e a impartire uno strano senso di vaga nostalgia ai begli
occhi quel fascino cui pochi sapevano resistere. Perché ie donne
hanno occhi così maliardi? Quelli di Gerty erano del più puro
azzurro irlandese, messo in risalto da ciglia lucenti e nere
sopracciglia espressive. Ci fu un tempo in cui quelle ciglia non
erano così seriche e seducenti. Fu Madame Vera Verity, direttrice
della Rubrica della Donna Bella di Novelle della Principessa, che per
prima le consigliò di provare la ciglioleina che dava quell’espressione
penetrante agli occhi, che stava tanto bene alle signore che dettavano
legge in fatto di moda, e lei non aveva mai avuto da lamentarsene.
Poi il sistema di guarire scientificamente dalla tendenza ad arrossire
e come diventare più alte aumentate la vostra statura e avete un bel
visetto ma il naso? Quello andava bene per Mrs Dignam che ce I’aveva
a patata. Ma ciò di cui Gerty andava a buon diritto più orgogliosa era
l’abbondanza dei suoi meravigliosi capelli. Erano di un castano scuro
con onde naturali. Se li era tagliati proprio quel giorno perché c’era
la luna nuova e le ricadevano attorno alla testolina in una profusione
di riccioli lussureggianti e poi si era tagliate le unghie, il giovedì porta
abbondanza. E proprio ora alle parole di Edy, come un rossore rivelatore,
delicato come il più tenue petalo di rosa le imporporava le guance, ella 
appariva così graziosa nella sua dolce pudicizia virginale che di sicuro in
tutta l’Irlanda bella, benedetta da Dio, non v’era di lei l’uguale.

https://palomarblog.wordpress.com/2016/05/09/nausicaa/

In particolare è indimenticabile la scena che avviene sulla spiaggia di fronte al mare. Vi sono le madri con i bambini che giocano sulla spiaggia. Leopold Bloom con il viso atteggiato a malinconia e tristezza, mentre una pena interiore gli procura angoscia e una sofferenza inconsolabile, nota una giovane che lo osserva con ostinazione. La giovane Gerty Macdowell comprende che Bloom ha delle ferite interiori, che solo l’amore è in grado di lenire. Mentre sulla spiaggia avviene questo scambio di sguardi tra Bloom e Gerty, risuonano i canti che provengono dalla chiesa, dove è in corso di svolgimento una cerimonia religiosa. In questa parte del libro l’incontro casuale tra Bloom e Gerty diviene il pretesto per una profonda analisi sui sentimenti umani e sull’amore che può unire in un sodalizio, fatto di tenerezza e complicità, una donna ed un uomo. Sono tra le pagine più belle e profonde del libro. (Giuseppe Tallarico)

 

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