Come ti cambio il Paese

Raggi e Appendino sono specchietti per le allodole? Può essere. Sono certamente il frutto di una scelta pensata con intelligenza e destinata a cogliere il sentimento diffuso nelle zone periferiche del territorio e della società. Tra gli emarginati, tra gli esclusi, tra i tartassati. La loro affermazione manda al potere segnali molto simili a quelli che Galli della Loggia vorrebbe trasmettere a Renzi. Era necessario un test elettorale per questo? I potenti mezzi a disposizione di chi ci governa non hanno consentito di avvertire questo sommovimento? Strano, molto strano. E’ troppo tardi? Presto conosceremo la risposta a una domanda come questa, diventata ineludibile ora. Renzi è in mezzo al guado. Dovrà darsi un indirizzo. Non gli basterà puntare tutto sul referendum di ottobre. Vedremo.
Ernesto Galli della Loggia
Così un Cesare democratico cambierebbe davvero il Paese
Corriere della Sera, 7 giugno 2016
…La verità è che in generale Renzi avverte realmente, io credo, la necessità di cambiare il Paese; ma al di là della “rottamazione” – peraltro finora attuata perlopiù a danno dei suoi avversari interni del Pd – gli riesce difficile individuare altre linee direttrici lungo le quali operare effettivamente. Gli riesce difficile individuare nemici importanti da combattere, amministrazioni cruciali da da riformare, interessi economici e sociali da colpire, istituzioni da rifondare. Lo si direbbe voglioso piuttosto di piacere, di elargire, di ottenere in tal modo consenso a destra e a manca: un consenso che così, però, non gli arriva o dura lo spazio di un mattino. Così il solo consenso vero che è sembrato essergli venuto, infatti, è quello di spezzoni di classe politico-parlamentare in disarmo, alla ricerca di una lista in cui farsi rieleggere.
Per cambiare il Paese – come tre anni fa aveva detto di voler fare, accendendo molte speranze, quello che allora si presentò come un giovane Cesare democratico in potenza – non bastano spurie alleanze parlamentari. Se si vuole davvero farlo, allora bisogna riuscire a mettere insieme molteplici forze sociali da impegnare in un programma comune all’insegna di un reciproco scambio di interessi di lungo periodo; e serve assicurarsi la collaborazione non di ministri perlopiù insignificanti, ma delle migliori energie intellettuali del Paese. E serve, infine, essere capaci di cogliere il sentimento della gente (sì della famigerata “gente”), mettersi in sintonia con l’uomo della strada, calarsi nelle sue esigenze quotidiane e nelle sue rabbie, ma anche far conto sui suoi sogni e e sul suo desiderio frequente di essere migliore di quello che è.
°°°
Concita De Gregorio
Virginia e Chiara, le ragazze al potere
la Repubblica, 6 giugno 2016
Vorrei parlare di Virginia Raggi e Chiara Appendino. Due giovani donne nei loro trent’anni molto votate domenica da elettori chiaramente esausti dei giochi di prestigio e di parola di chi crede di poter continuare a fare quello che gli conviene spacciandolo per una novità, un cambiamento, oplà guardate, magari togliamo le insegne di partito facciamo una bella campagna porta a porta e siamo come nuovi. Nulla cambia, invece, nel profondo, e le persone lo sanno. Per quanto la memoria sia labile, le conoscenze sempre più superficiali, l’attenzione volatile le persone lo sanno perché lo vivono sulla loro pelle. Ricevo moltissime lettere ogni giorno di ragazze che hanno la stessa età di Chiara Appendino e Virginia Raggi, ragazze di 25, 30, 35 anni che scrivono alla mail intitolata “cosapensanoleragazze”, un luogo dove si ascolta. Ascoltare è una bellissima attività, non la fa più quasi nessuno. Ieri per esempio da Ravenna, tra tante altre, ha scritto Chiara: «Sono qui senza niente, a volte mi sembra di aver vissuto già troppe vite per continuare a credere nel giusto. C’è una smagliatura in questa rete che ci avvolge. Aspettiamo il Bianconiglio sapendo che non arriverà». Una lettera molto lunga, magnifica e disperata.
Vorrei mettermi nei panni, e che un momento almeno tutti ci mettessimo nei panni, di una donna di trent’anni (o di quaranta, o persino di cinquanta) a cui tutti dicono brava continua così ma quando è il momento di scegliere a chi affidare un compito — una direzione, un coordinamento, una responsabilità — passa sempre avanti qualcun altro, in genere un uomo: perché fa parte di un sistema di amicizie e potere, perché è più affidabile che spesso vuol dire ricattabile, perché sì, tanto nessuno difenderà quella ragazza che non è nessuno (“chi la porta? Di chi è?”) dunque non abbiamo niente da temere. Non perdiamo niente, a lasciarla al margine di una strada: nessuno ce ne chiederà conto. E invece sì, a un certo punto ecco il conto.
… Il voto utile non funziona più. Il male minore non è un articolo di moda. Se persino gente disciplinata, cresciuta in un altro tempo parlando un’altra lingua, non è riuscita a votare, domenica, vecchi arnesi o volti gentili di un vecchio apparato: qualcosa è davvero cambiato. Poggiate l’orecchio a terra, voi che parlate solo senza ascoltare mai. Guardate i volti di queste due donne di trent’anni. Parlo di Torino, ora. Ne sono reduce da poco: ho sentito dire «i cinque stelle non hanno attecchito, qui. Fassino vincerà al primo turno». L’ho sentito da dirigenti locali, a sinistra, anche notevoli. Come mai non capiscono più niente? Forse non hanno visto che è nuova la lingua, e non leggono la disperazione delle ragazze (e dei ragazzi) che prenderanno il mondo, domani.
Chiara Appendino e Virginia Raggi sono donne giovani, non erano nate quando governava la Dc e non hanno conosciuto il Pci. Non hanno debiti, nessuno le ha favorite. Sono preparate, laureate, competenti nei loro ambiti — una economista bocconiana, l’altra avvocato con esperienza nelle nuove tecnologie. Sono ragazze come quelle che vanno all’estero, qui non c’è posto. I posti sono tutti occupati da vecchi ex sottosegretari presidenti e dirigenti di partito che pensano ancora di poter piazzare i loro. Non è più vero. I volti normali, la forza semplice di queste ragazze forse parla. A chi non ha casa, e sono la maggioranza. Succede un po’ come quando il sindacato ha smesso di rappresentare la gran parte dei lavoratori perché tutelava solo i dipendenti e non i precari, i pensionandi e non gli inoccupati. Così la politica che tutela se stessa.
07062016
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2 pensieri su “Come ti cambio il Paese

  1. Non basta l’autocritica, non basta la giovinezza o la demagogia decostruttiva dei cinque stelle. Ci vogliono delle idee. Ci vuole cultura e ripresa del dibattito filosofico in Italia.

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