Hölderlin, Metà della vita

Con gialle pere scende
E  folta di rose selvatiche
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubriachi di baci
Tuffate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove trovare, quando
E’ inverno, i fiori, e dove
Il raggio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stridono le bandiere.

(traduzione di Luigi Reitani)

Hälfte des Lebens

Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm’ ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.

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commento di Walter Siti 
Nel cuore dell’idealismo

A noi novecenteschi e oltre, abituati a tutto, può sembrare un idillio ispirato alle stagioni – se ne facevano tanti allora, in letteratura come in musica, con le loro brave riflessioni sentimentali e morali. I recensori dell’Almanacco in cui la poesia (insieme ad altre otto) uscì nel 1804 non furono dello stesso parere: parlarono di “vaneggiamento in versi” e uno ironizzò: “per il raro mortale che si vanti di aver capito queste nove poesie… dovrebbe esser bandito un premio cospicuo, e non impediremo neppure all’autore di partecipare”. Il primo editore che le raccolse in volume (quando già effettivamente Hőlderlin viveva rinchiuso nella casa di un falegname, guardato a vista dopo una diagnosi di schizofrenia conclamata), trovando troppo strane le “Birnen” del v.1 le trasformò in “Blumen”, fiori.
Eppure quelle pere gialle con cui la terra si sporge, pende sul lago, sono un’immagine straordinaria di matura estate; col verbo a fine verso che tira giù con sé verso l’acqua anche le rose. E i cigni ubriachi di baci, che tuffano la testa in quella stessa acqua, chiudono il paesaggio in perfetta circolarità. La sintassi, certo, è anomala: con quegli “und” che sembrano riaprire frasi già orientate, quell’”ihr” vocativo ripetuto, quell’aggettivo composto e inedito, “heilignűchtern” (santamente sobrio). Nella seconda strofa sono anomali i due primi versi, che finiscono con “quando” e “dove” in bilico sul verso successivo. Ma la cosa che doveva apparire più incomprensibile è il nesso tra le due strofe: siamo in estate e ci si immagina l’inverno, o viceversa ? Quelle mura afone e indifferenti sembrano viste al presente, non c’entrano con la calda estate di prima. Ognuna delle due strofe ha intimamente bisogno dell’altra, sono tesi e antitesi – ma manca la sintesi.
Hőlderlin è stato compagno di collegio di Hegel, a Jena abitava accanto a Fichte, era molto amico di Schelling: nel cuore dell’idealismo tedesco. Avevano fatto il tifo per la rivoluzione francese poi Napoleone li aveva delusi. Hegel stava reagendo con una formidabile costruzione di pensiero, si stava inventando la filosofia della storia: il negativo veniva ‘superato’ in una positività più alta. Hőlderlin era psichicamente il più fragile: in famiglia aveva respirato il lutto, nel 1802 era morta Susette Gontard, la sola donna che avesse amato davvero. Per lui il principio di individuazione era la sofferenza: il tempo non si fa addomesticare dall’assoluto e la vita non è l’idea.
Al centro della poesia sta proprio lo spazio bianco tra le due strofe (entrambe di 7 versi e in metro libero, ma quanto ritmicamente più ansiosa la seconda !): le due metà della vita, anzi “hälfte” singolare, una metà, metà di una vita troncata in due. Quello spazio bianco è il segno di una lacerazione non sanabile.
Sotto l’apparente idillio c’è un simbolismo più ambizioso: la tarda estate è pienezza, erotismo, armonia degli opposti (la selvatichezza delle rose e il vino che dà l’ebbrezza dionisiaca si placano nella sobrietà sacra dell’acqua) – Schiller gli aveva raccomandato in una lettera di mirare alla “sobrietà nell’entusiasmo”. E lui che venera Schiller si propone come poeta che ricompone una totalità perduta, anzi che tiene in vita il ricordo della totalità nella “notte” che il mondo sta attraversando (il ciclo di nove poesie nell’Almanacco lo aveva lui stesso definito Canti della notte). Ma non ce la fa, cerca i fiori d’inverno come quel ragazzo, impazzito per amore, che Werther incontra nel romanzo di Goethe. D’inverno la luce e l’ombra non si distinguono più e le cose appaiono indecifrabili: sono “sprachlos”, senza linguaggio, o parlano una lingua incomprensibile. In un abbozzo di questa poesia i fiori erano cercati “per intessere corone ai Celesti”, e Hőlderlin aggiungeva che a non trovarli “sarà come se più non conoscessi il Divino”. Sotto il ciclico contrasto delle stagioni c’è la perdita irrimediabile del contatto con l’Assoluto, la fine di un’utopia universale. Qui sta lo spessore tragico del testo, così pazzoide per i suoi contemporanei e così familiare alle novecentesche terre desolate o case dei doganieri. Nel progetto di inno intitolato La ninfa arriva a dire che siamo noi uomini “un segno senza spiegazione”.
Adorno sosteneva che la paratassi, cioè accostare le frasi senza subordinarle (tipica dello stile di Hőlderlin, e caratteristica principale della nostra poesia) dipendeva dalla docilità, dalla passività esistenziale; e che questa passività lo ha condotto alle riuscite più geniali quando è diventata docilità alla lingua – cioè lasciar fare alle parole, “essere parlati”: lasciare che le parole si raggrumino in gorghi involontari (qui, l’incontro “trunken/trunkt”, o la folla di “w” ai vv.8-9), come se gli dèi in fondo fossero l’inconscio. Purtroppo Hőlderlin è andato oltre: la tensione inconciliabile lo ha portato personalmente alla psicosi – le poesie degli ultimi anni, che firmava “Scardanelli, con deferenza”, parlano delle stagioni ma con massime rassicuranti, in rima. Si è arreso, la scissione è stata rimossa e il tempo “nemico” non esiste più – lui, che non datava mai le sue poesie, nella casa del falegname le data con cura: ma le date vanno dal 1648 al 1940.

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Si può vedere inoltre  http://www.fierrabras.com/2009/09/08/meta-della-vita/

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