Il realismo: le cose e il progetto

Remo Bodei, Il realismo anti-populista di Machiavelli, Il Sole 24ore, 23 marzo 2013

Per Machiavelli ciò che chiamiamo realismo, consiste soprattutto nella conoscenza delle «cose particulari» (la «verità effettuale della cosa»), ossia nel non basarsi né su idee generiche e preconcette, né su aspettative inconsistenti, né su singoli eventi che perdono di vista la complessità dei processi in corso. Lo aveva già compreso Spinoza, definendo Machiavelli acutissimus vir e ponendo -su un altro piano – la conoscenza delle res singulares come la più alta di tutte. L’invito ad attenersi alla «verità effettuale della cosa» assume un senso più perspicuo se scomponiamo l’espressione nei suoi elementi costitutivi. Intanto, la parola “cosa”, non va confusa con l'”oggetto”. Nell’italiano di Machiavelli conserva ancora il sapore del latino causa,di cui deriva per contrazione, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa (come mostra l’espressione “combattere per la causa”). Seguire le «verità effettuale della cosa», piuttosto che «andar drieto all’immaginazione di essa», vuol dire capire la direzione dei vettori di forza in atto e inserirvisi, nei limiti del possibile, per orientarli, depurandoli dai nostri desideri, ma mantenendo in tensione virtù e fortuna,ragione e passione, pensiero e azione. La «verità effettuale» non è,  poi, un dato immobile, un semplice fotogramma isolato di una serie, bensì un flusso di energie storiche in atto. Va capita così anche la famigerata, ma fraintesa proposizione hegeliana della Filosofia del diritto: «ciò che è razionale (vernünftig) è reale (wirklich) e ciò che è reale è razionale». La ragione non implica affatto un’accettazione passiva della realtà empirica (Realität), bensì la presa di coscienza della Wirklichkeit, di qualcosa che wirkt, agisce, producendo effetti nel tempo e nel mondo, almeno finché non perde la sua energia. Ad esempio, la famiglia, lo Stato, l’esercito o la religione sono Wirklichkeiten, istituzioni nate migliaia di anni fa, ma che, pur modificandosi, continuano a esistere, producendo i loro effetti.  Peraltro, sia Machiavelli che Hegel (ammiratore del Segretario fiorentino) riprendono, approfondendola, la tematica aristotelica dell’effettualità (energheia, opposta alla dynamis, alla semplice potenzialità), vale a dire di quanto continua ad agire e rinnovarsi senza esaurirsi perché esiste solo in forma, non congelata, di processo in atto. Anche il realismo presuppone, di conseguenza, un progetto che si innesti nella realtà effettuale, non concepita come qualcosa di istantaneo e immodificabile: «Essere realisti, che utopia!», affermava provocatoriamente il grande storico Bernard Groethuysen.

un altro significato per “populismo”

Tornando al nostro presente, oggi il termine “populismo” viene spesso evocato non solo per designare il movimento politico di cui si è detto [i Cinque Stelle], ma anche fenomeni diversissimi. Di norma, è associato all’idea di una degenerazione della democrazia e visto come uno spettro o, al contrario, come una calamita che attrae tutti gli scontenti e gli indignati. Ma è sufficiente demonizzarlo, esaltarlo o banalizzarlo? Non sarebbe meglio esaminarlo più a fondo, tenendo conto della linea di faglia che si è aperta tra il “popolo” e le élite, della crisi della rappresentanza tradizionale e della connessa, tormentata transizione da una democrazia dei partiti a una democrazia del pubblico? Anche questa analisi sarebbe realismo.

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