Il leader vulnerabile

Fabio Martini
Renzi in tre libri: perché è vulnerabile un leader così
I rischi di un eccessivo personalismo possono creare aspettative troppo alte e schiacciare la comunicazione politica sull’emotività. Tre voci diverse – Calise, Campus e Marra – schizzano in altrettanti saggi il ritratto di una leadership complessa che potrebbe fare corto circuito
La Stampa, 5 febbraio 2016

Nel dopoguerra nessun leader italiano è riuscito a monopolizzare la scena come Matteo Renzi e proprio questa caratteristica da mattatore, pur non rappresentando automatico sinonimo di efficacia realizzativa, ha attirato da tempo l’interesse degli osservatori stranieri, quello dei media nostrani e quello crescente degli scienziati della politica. Un interesse testimoniato dalla uscita contemporanea di tre libri, assai diversi tra loro, i cui titoli pur non facendo riferimento esplicito al presidente del Consiglio, vi alludono. Si tratta dei saggi di due politologi – “La democrazia del leader” di Mauro Calise (Laterza); “Lo stile del leader” di Donatella Campus (il Mulino) – e “Vendere un’idea” (Marsilio) di Wanda Marra, giornalista del Fatto quotidiano. Tre testi che, con metodologie e assunti diversi, approdano a conclusioni simili: il “troppo” prodotto da un leader come Renzi può mettere in circolazione anticorpi capaci di indebolirlo e alla lunga di azzerarne l’efficacia.

Mauro Calise, autore nel 2000 de “Il partito personale” uno dei saggi più influenti nel dibattito politico italiano, sostiene quanto sia sbagliato oramai «discutere di parlamenti, elezioni, partiti come fossero i pilastri della vita politica», mentre del potere personale «parliamo solo per esorcizzarlo, criminalizzarlo, invece di imparare a contenerlo». E dunque, si prenda atto che al posto di partiti e parlamento c’è «l’irruzione dell’io: narcisistico, autoreferenziale, carismatico» con leader, che però si ritrovano ad essere «interpreti obbligati di ogni narrazione dei media» i veri, nuovi padroni della scena, pronti a «consentire l’ascesa e a favorire la decadenza» di nuovi personaggi. Ma il dato più critico per i presidenti personali sta «nella loro incapacità di soddisfare l’alto livello di aspettative che le loro campagne populiste hanno creato nell’elettorato» e al tempo stesso di essere continuamente esposti alla «sorveglianza e agli attacchi del fattore M, media e magistratura, che prosperano nell’alimentare e falcidiare il mito dei leader carismatici».

A conclusioni simili giunge, senza mai riferirsi a Matteo Renzi e anzi analizzando in termini più ampi la questione della leadership, il rigoroso saggio di Donatella Campus, che però penetra di più i limiti soggettivi di una guida eccessivamente accentrata, concludendo la sua riflessione più generale attorno ad un quesito inatteso: troppa leadership o troppo poca? I leader come celebrità e gli elettori come fan sono «un fenomeno che se può risvegliare interesse nella politica da parte di fasce di elettori disinteressati», al tempo stesso può precipitare in un contrappasso: «se il leader non ha la capacità di trasformare la comunità di fan in un gruppo di persone che condivide valori e idee, allora il sostegno, benché entusiastico nella fase iniziale, non è destinato a consolidarsi». Fenomeno che ne segnala un altro: quanto sia più vulnerabile di quanto non appaia la leadership contemporanea e anzi «quanto più prevarrà la spettacolarizzazione e la popolarizzazione, tanto più questa debolezza intrinseca sarà destinata ad aumentare».

Direttamente legato alla esperienza politica di Matteo Renzi è invece “Vendere un’idea” di Wanda Marra, ma con riflessioni interessanti anche per la politologia: «Vero e falso nella sua azione/comunicazione politica sono totalmente intrecciati, tanto che spesso l’operazione diventa asfittica, ripetitiva, stucchevole, noiosa», perché «se persino l’emozione diventa prima di tutto qualcosa da vendere, se l’intimità diventa posticcia, anche la possibilità di incidere sulla emotività e sulle percezioni collettive, si riduce: perché se tutto è comunicazione ed esibizione, il rischio è che non rimanga altro».

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