L’attentato di Dallas

Stefano Pistolini intervistato da Lorenzo Maria Alvaro
Vita, 8 luglio 2016

Come si deve leggere l’attentato di Dallas?
La situazione è quella che, dopo aver cercato con marce, manifestazioni e chiacchiere di vario genere di rispondere in modo pacifico o più politicamente e socialmente coinvolto, a quello che sta succedendo in America negli ultimi anni, adesso si è cominciato a sparare. Era inevitabile che accadesse.

In che senso inevitabile?
La questione di fondo è che ci sono più di 120 cittadini afroamericani uccisi dalla polizia per ragioni non connesse alla pratica di un reato diretto. Morti immotivate e inspiegabili accompagnate da una incredibile morbidezza da parte della Giustizia che tende costantemente ad assolvere o condannare blandamente.

Dunque di fronte a questo scenario la reazione armata è giustificabile?
No, è evidentemente da condannare. Ma era anche prevedibile. Il vero problema è che invece è totalmente imprevedibile cosa succederà domani.

Siamo tornati indietro di 40 anni in tema di diritti civili?
Al di là del politicamente corretto e delle chiacchere una vera integrazione razziale non è mai avvenuta. Anzi forse lo scontro si è sempre più accentuato. Da parte delle forze di polizia c’è una forma persecutoria inspiegabile nei confronti dei neri. Una piccola parte ha reagito ma credo che, se si andasse a chieder alle comunità afroamericana in quanti sono d’accordo, si dovrebbe avere paura della risposta.

Adesso che succede?
La sensazione di pericolo da parte delle persone per bene e la rabbia e la voglia di rivalsa di chi è meno per bene si diffonde. Si potrebbe andare incontro ad una escalation che non voglio neanche immaginare. Sarebbe spaventoso. Si rischia di avere interi quartieri nelle metropoli americane messi a ferro e fuoco. Stiamo parlando di una comunità di 40 milioni di cittadini. Non sono mica ospiti. Sono radicati, organizzati e rappresentati.

Quale può essere la chiave di una pacificazione?
Credo che la chiave stia nella giustizia americana. Sia nel bene che nel male. Negli ultimi anni i poliziotti hanno impunemente ucciso. Se fossero stato condannati sarebbe una situazione molto diversa. È chiaro che poi tutto viene strumentalizzato e usato come fattore di disordine. La giustizia americana deve cominciare ad affermare con parole e fatti che un poliziotto che sbaglia è uguale a tutti gli altri.

Dunque la risposta deve arrivare dai tribunali. Siamo ancora in tempo?
Credo che ora siano in una situazione emergenziale spaventosa. E tutto è molto complicato. Basti pensare che, evidentemente, dovranno condannare e punire in modo esemplare gli attentatori. Questo però dopo aver usato i guanti bianchi con gli agenti che hanno ucciso persone innocenti. Sarà vissuta come una provocazione.

Ma perseguire la polizia non è una scelta pericolosa?
Certo che è rischioso ed è il motivo per cui non è stato fatto. Il concetto di fondo è sempre stato che siccome la polizia garantisce l’ordine sociale e la maggioranza degli agenti sono ottimi elementi, si è sempre chiuso un occhio sulle mele marce. La polizia è naturalmente una lobby come tutte le altre istituzioni. Ha un rappresentanza forte, soprattutto tra l’America bianca e gode di un certo garantismo. Ma ora le cose sono precipitate. E non è neanche detto che basti cominciare a condannare la polizia.

In che senso?
Il problema è che a questo punto l’aria è bruttissima e si è in situazione emergenziale. Dunque non è detto che essere giusti oggi sia sufficiente. Quando una situazione diventa così esplosiva muoversi diventa complicatissimo. Se Obama torna ad appellarsi alla gente, lo farebbe per l’ennesima volta. E sarebbe solo la testimonianza del suo distacco dalla realtà e dalla gente. Conteranno molto i leader locali e la disponibilità delle persone. Insomma gli Stati Uniti sono in un vicolo cieco da cui sarà molto difficile uscire.

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