L’America di Nixon e l’Italia

Stasera al Gramsci di Torino Mauro Campus, Marco Mariano e Gian Giacomo Migone hanno presentato il libro di Luigi Guarna, Richard Nixon e i partiti politici italiani (1969-1972), Mondadori, Milano 2015. Era presente l’autore.

Ecco una recensione del libro (l’Indice, 23 marzo 2016)

Sotto un titolo improntato a un certo basso profilo, Luigi Guarna ha scritto una ricostruzione assai efficace dei tentativi statunitensi di influenzare la politica italiana negli anni del primo mandato di Richard Nixon alla Casa Bianca.
Per chiunque abbia sentito parlare di strategia della tensione, quelli presi in esame sono con ogni evidenza anni cruciali della storia dell’Italia repubblicana. Come mostrato dall’autore sulla base di una approfondita ricerca in vari archivi statunitensi, britannici e italiani, si trattò anche di anni nei quali il governo statunitense fece ben poco per mascherare le proprie ingerenze negli affari interni italiani. Particolarmente dettagliata è la ricostruzione del “cambio di passo” del 1971, vale a dire dell’approvazione del piano di finanziamenti clandestini, a partiti e personalità anticomuniste della penisola, voluto dall’allora ambasciatore a Roma, Graham Martin, per rinsaldare “la speranza che lo scivolamento a sinistra non sia inevitabile”. Da un lato, l’autore ricostruisce minuziosamente le valutazioni e le decisioni di Washington. Dall’altro, egli documenta con precisione come il mondo politico italiano (o meglio, la sua parte più strenuamente anticomunista) non fosse un semplice burattino inerte nelle mani degli statunitensi.

La scelta di seguire gli sviluppi delle trame in maniera dettagliata permette di mostrare un quadro che Guarna non esita a definire “mortificante” per la sovranità italiana, nel quale l’atteggiamento statunitense pare essere stato ispirato al consapevole tentativo di gestire i vari (e talvolta contraddittori) “anticomunismi” italiani in modo da renderli sinergici tra loro e con la politica statunitense.

La scorrevolezza del volume – pur scritto con uno stile molto chiaro – paga un prezzo alla decisione dell’autore di seguire gli sviluppi delle trame in maniera dettagliata, con racconti che in alcuni casi seguono gli scambi tra italiani e statunitensi quasi minuto per minuto. Questa scelta, tuttavia, permette di mostrare un quadro che Guarna non esita a definire “mortificante” per la sovranità italiana, nel quale l’atteggiamento statunitense pare essere stato ispirato al consapevole tentativo di gestire i vari (e talvolta contraddittori) “anticomunismi” italiani in modo da renderli sinergici tra loro e con la politica statunitense. Per quanto riguarda gli obiettivi di quest’ultima, il volume mette in risalto con chiarezza come essi consistessero ormai nel solo contenimento del Pci, mentre veniva a cadere ogni velleità riformista coltivata negli anni precedenti. Se, agli occhi delle amministrazioni democratiche di Kennedy e Johnson, il centro-sinistra aveva rappresentato una speranza per la “modernizzazione” economica e sociale dell’Italia, agli occhi di Nixon e dei suoi consiglieri esso era semplicemente l’unica formula efficace per gestire l’esistente, mantenendo l’Italia all’interno del Patto atlantico. L’enfasi posta nel titolo sui partiti italiani trova un preciso riscontro nella centralità che gli stessi osservatori statunitensi attribuivano ai sottili giochi tra le varie compagini parlamentari e all’interno delle stesse. Nella documentazione citata da Guarna, sono rari i casi in cui un certo atteggiamento italiano o una certa decisione statunitense non siano spiegati sulla base delle esigenze di uno specifico uomo politico o delle divergenze di linea tra diverse correnti di uno stesso partito. Pagine decisamente interessanti sono quelle dedicate alle furiose rivalità personali interne alla Dc, per come trasparivano nei colloqui dei singoli notabili democristiani con l’ambasciatore statunitense.

Altrettanto efficaci sono le pagine dedicate all’analisi di due dei momenti più drammatici del periodo. Guarna esclude in modo persuasivo una regia statunintense dietro la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969 e il tentato golpe di Junio Valerio Borghese del dicembre 1970. Anzitutto, la volontà di destabilizzare l’Italia apparirebbe incomprensibile nella logica complessiva della politica di Washington verso l’Europa nel 1969-70, mirante piuttosto alla stabilizzazione di un continente che già presentava numerose sfide alla leadership statunitense (protagonismo gaullista, Ostpolitik tedesca, integrazione economica regionale). Inoltre, dai numerosi documenti analizzati appare chiaro come Washington ritenesse di poter mantenere il Pci lontano dal potere senza bisogno di un colpo di stato e, anzi, dubitasse dell’efficacia di questo mezzo (Guarna nota giustamente in proposito che la questione si poneva solo in termini di inefficacia, non di moralità o di rispetto per la sovranità italiana). In breve, tutto conduce a confermare le indicazioni di coloro che hanno invitato a cercare le radici della strategia della tensione nell’anticomunismo italiano (sia istituzionale, sia neofascista), piuttosto che oltreoceano.
D’altro canto, affermare che non vi fu una regia statunitense non esclude un certo grado di connivenza con i disegni eversivi (ben documentato per il golpe Borghese, più sfumato per Piazza Fontana): in proposito, interrogandosi sulle ragioni per le quali Washington non abbia passato a Roma le informazioni a propria disposizione, Guarna osserva con amarezza che, se da un lato ciò era coerente con la decisione di tenere aperte varie opzioni, dall’altro è anche vero che vi era ben poco da passare, considerato che le autorità italiane erano implicate direttamente nelle manovre eversive in questione. La gestione del piano di finanziamenti clandestini del 1971 da parte di Martin (11.800.000 dollari in totale), in ogni caso, fu talmente opaca da suscitare una reprimenda della stessa Cia, che espresse dubbi sull’opportunità di passare 800.000 dollari al direttore del Sismi, Vito Miceli, in quanto chiaramente collegato all’estrema destra.

In ogni caso, poco dopo le elezioni politiche del 1972, che segnarono un obiettivo stallo del Pci, terminarono anche il primo quadriennio nixoniano e la permanenza a Roma di Martin, il quale si involò verso la sua nuova destinazione a Saigon convinto di aver bloccato l’avanzata della sinistra in Italia con un ottimo rapporto tra l’efficacia delle misure intraprese e i costi (economici e di immagine) sopportati. Anche in questo caso, Guarna rileva con acutezza che una simile lettura, rispetto alla quale esprimeva scetticismo lo stesso Dipartimento di stato, era possibile soltanto a chi, come Martin, avesse trascorso gli anni romani occupandosi solo delle manovre di palazzo, restando perlopiù ignorante della complessità delle dinamiche sociali del paese.
Meno condivisibile appare invece il giudizio, affidato alle conclusioni, secondo cui il quadriennio 1969-72 sarebbe stato l’ultimo momento nel quale Washington avrebbe cercato di “risolvere il problema italiano”. Sul piano metodologico, l’argomento appare difficile da sostenere, in un volume che non si occupa in maniera particolareggiata degli anni successivi al 1972. Nel merito, poi, sarebbe forse il caso di parlare di un mutamento degli strumenti utilizzati da Washington negli anni 1973-76 (pressione economica e coinvolgimento dei partner europei occidentali), piuttosto che di una rinuncia tout court. Si tratta, in ogni caso, di una notazione marginale che non ridimensiona il valore di un lavoro assai rigoroso e ben costruito.

duccio.basosi@unive.it
D. Basosi insegna storia delle relazioni internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia

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