Giustizia e vendetta

Dacia Maraini, Turchia, la vendetta del comandante e l’assenza delle donne, Corriere della Sera, 19 luglio 2016

Soldati che si coprono la testa con le braccia mentre un uomo, che sembra uscito dall’Inferno di Dante, li picchia con un lungo bastone, giudici che camminano a testa bassa, mentre la folla urla e sputa, ragazzi seminudi dalle mani legate dietro la schiena che aspettano il colpo, corpi accartocciati per terra che vengono frustati senza pietà. L’enorme purga è cominciata. La vendetta sacra si erge a giustiziera.

… Non so se possiamo chiamarlo, con presunzione, progresso, ma certo evoluzione sì: le tante troppe guerre fatte in nome di vendette nazionali, l’avere riconosciuto l’insensatezza del razzismo ideologico e religioso, il rifiuto e la condanna della schiavitù, l’avere separato lo Stato dalla Chiesa, l’avere stabilito i diritti dell’uomo, ci hanno portati a un punto in cui la giustizia si è dovuta separare dalla vendetta, e prendere una strada piu vicina alla legge, al codice, all’umana presunzione che un colpevole possa avere le sue ragioni, abbia il diritto di difendersi e chiedere giudici imparziali che non sono lì per vendicarsi ma per applicare la legge.

E invece sento parlare del ripristino della pena di morte. È questo il suo pensiero, comandante Erdogan? Il suo segreto, sensualissimo desiderio di vendetta? Una cosa che colpisce guardando le fotografie che mettono in evidenza l’umiliazione dei soldati e dei giudici è l’assenza totale di figure femminili. Immagino che la vendetta sia, per il comandante Erdogan, una questione squisitamente maschile, che riguarda chi combatte, chi protesta, chi congiura e chi tradisce. Ma dove sono le donne turche in tutto questo?

Io sono stata di recente in Turchia: Ankara e Istanbul sono città moderne, dove le donne studiano, si laureano, lavorano, guidano la macchina, prendono la parola. Possibile che siano state messe tutte a tacere? Non ne ho vista una nella folla che inveiva contro i soldati fedifraghi presi a bastonate, quei giovani figli e fratelli che probabilmente ubbidivano a degli ordini, oppure avevano in mente un progetto di libertà dalla tirannia.

C’è qualcosa di stantio e ferocemente arcaico in queste punizioni plateali che debbono servire da esempio. Per quanto si condanni il «diabolico mondo moderno» con la sua libertà di critica, la sua libertà sessuale, la sua libertà di religione, quando si tratta di diffondere la propria parola e raccogliere consensi, non ci si fa scrupolo di usare ciò che prima si è disapprovato. Il massimo della spregiudicatezza tecnologica si sposa con il massimo dell’arcaismo storico. Sono proprio le contraddizioni che l’Isis ci propone tutti i giorni quasi fosse una grande conquista.

Per chi crede nei diritti dell’essere umano sono forme di schizofrenia storica. Una malattia della fede e della memoria, una peste della ragione. Ma allora, che fare? Mi sembra chiaro che il solo modo di combatterla questa peste consista nel difendere e proteggere e tutelare quelle conquiste che tanto sono costate. Smettere le risse e unirsi contro chi si è innamorato della morte e vuole uccidere la vita.

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