Dacia Maraini sulla tortura

 La brutta figura dell’Italia in grave ritardo sul reato di tortura

Una Convenzione Ue del 1987 condanna e vieta questo illecito, ma il nostro Paese non l’ha ratificata. Forse c’è chi ancora ritiene che sia un metodo utile a estorcere confessioni?

Corriere della Sera, 21 luglio 2016

È sconcertante che ancora oggi si debba parlare di tortura in sede istituzionale. È dal 1987 che in Europa è entrata in vigore una Convenzione per prevenire la tortura. La convenzione è stata ratificata da 47 Stati europei. In Italia si è aspettato l’ottobre del 2012 per sottoscriverla, ma ancora nel 2016 non è stata ratificata. Quindi da noi non esiste ancora un reato di tortura.

Mi chiedo: si tratta della solita negligenza nostrana, dei soliti ritardi per gineprai burocratici o c’è ancora una parte del Paese, o della classe dirigente del Paese che ritiene la tortura un metodo efficace per estorcere confessioni? A guardare la faccia devastata di Stefano Cucchi morto misteriosamente in mano a polizia e medici, si direbbe di sì.

Già Voltaire nel 1769 scriveva: «La tortura è uno strano modo di interrogare gli uomini. Tutto fa supporre che questa parte delle nostra legislazione debba la sua prima origine a qualche brigante di strada. La maggior parte di questi signori hanno ancora l’usanza di schiacciare i pollici, di bruciare i piedi e imporre altri tormenti a chi rifiutava di dire loro dove aveva nascosto il denaro».

Giustamente Voltaire mette in luce l’aspetto predatorio della tortura. Beccaria a sua volta ha spiegato bene che la tortura serve solo a fare dire ai torturati quello che vogliono i torturatori. E allora quale sarebbe il suo scopo? Prima di tutto umiliare, degradare, asservire la persona molesta che si vuole controllare e dominare. È per questo che l’Europa (a furia di dire male dell’Europa dimentichiamo alcune buone regole che si è imposta fin dal principio) ha proibito la tortura.

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha già disposto numerose sanzioni all’Italia, per il ritardo della condanna dei reati di tortura. Fra questi ci mette anche il sovraffollamento delle carceri. Sanzioni vuol dire fra l’altro multe salate che continuiamo a pagare mentre piangiamo sulle disperate condizioni delle finanze del nostro Paese. I sistemi di tortura naturalmente sono molto cambiati da quando si infilava un palo nel sedere di un povero condannato e lo si lasciava morire dissanguato in preda ad atroci dolori, oppure lo si bruciava vivo legato a un palo, o gli si apriva il petto con un colpo di coltello per strappargli il cuore peccatore.

Oggi si usa la tecnologia, l’elettricità, la chimica. Però, guarda caso, esaminando i corpi dei torturati, si capisce che lo scopo della tortura è sempre lo stesso: non tanto carpire notizie, che comunque saranno falsate dalla paura e dal dolore, ma degradare, abbrutire, umiliare chi si considera nemico.

La tortura doveva essere prima di tutto plateale, per scoraggiare chi osasse trasgredire alle leggi dei più potenti. Per fare spettacolo si sbizzarrivano le fantasie più perverse: chiudere un uomo dentro una gabbia assieme con dei topi affamati, togliergli piano piano la pelle in modo che morisse spellato, cavargli gli occhi, tagliargli la lingua ecc. Una forma leggera di tortura, veniva considerata dai greci la marchiatura del nemico catturato. Durante la guerra tra Atene e Samo, Plutarco racconta che i Sami marchiarono i prigionieri ateniesi con il disegno delle panciute navi «samene»,in risposta agli Ateniesi che precedentemente avevano marchiato i prigionieri sami con il simbolo della civetta, cara ad Atena.

Chissà se i tanti tatuati di oggi si rendono conto che da quella marchiatura del prigioniero deriva l’abitudine di incidere sulla pelle figure e immagini che dovevano ricordare a tutti la colpa del condannato. Sarebbe interessante sentire uno psicologo sull’uso così esteso di marchiare la propria pelle, come fossimo tutti prigionieri in cerca di evasione.

Tutto quello che sappiamo della mafia, per esempio, non è mai venuto fuori dalla tortura, ma dai collaboratori che, sia perché in guerra con gruppi più feroci, sia in cambio di un alleggerimento della pena, hanno raccontato la struttura militare interna che nessuno conosceva nei dettagli fino alle intelligenti strategie confessionali di Buscetta. Beccaria aveva ragione nel diffidare razionalmente della tortura. Anche non volendo farne una questione di umanità, gli effetti di solito si ritorcono contro chi la pratica, creando disordine, odio e paura, sentimenti che modificano l’uomo più dei ferri e delle cinghie. L’umiliazione del nemico, la desacralizzazione del suo corpo, non può che degradare la lotta riducendola a pura sopraffazione del più forte.

In autunno ci sarà il giudizio del Consiglio dei Diritti Umani all’Onu, cosa vogliamo fare? Ancora una volta la brutta figura di un Paese che non riesce a decidere, non riesce a stare ai livelli delle nazioni più avanzate d’Europa?

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