I giochi del terrore e del caso

Paolo Di Paolo
Attentati, dagli orientali in Baviera alla nonna del Bataclan: le beffe del destino alle vittime del terrore. I nemici per caso della guerra senza fronti: così le vite più diverse incrociano la morte
la Repubblica, 21 luglio 2016

HA SESSANTADUE anni, è partito da Hong Kong per l’Europa, tredici ore di volo, arriva in Germania. In Baviera, sale con la famiglia su un treno regionale diretto a Würzburg, per visitare una fortezza medievale. La stessa sera di luglio, alla stazione di Ochsenfurt, sale un ragazzo di diciassette anni. Dice di essere nato in Afghanistan (ma a casa sua la polizia ha trovato documenti pachistani), vive in Germania da dieci mesi; passato da un centro di accoglienza per profughi minorenni, da due settimane è stato accolto da una famiglia tedesca. Il ragazzo adesso è nello stesso vagone dell’uomo cinese, gli si avvicina, lo aggredisce con un’ascia, – così, dal niente – , lui para i colpi, si trova a far scudo alla moglie e alla figlia. L’imprevedibile, giovanissimo, sedicente soldato dell’Is colpisce alla cieca: e i primi che gli capitano a tiro non sono esattamente i “nemici” contro cui scaglia – in un video girato in camera sua, con un coltello in mano – parole avvelenate. Quattro cittadini dell’Asia orientale, arrivati dalla più occidentale delle metropoli cinesi, per ammirare residui di medioevo europeo, presi di mira da un cittadino dello stesso continente, da poco trapiantato in Germania. C’è un tratto surreale, da cabala folle, in questa brutale realtà: biografie come impazzite piombano senza logica in una dolorosa conta – i morti di una guerra che moltiplica all’infinito i suoi fronti.

Fatima Charrii, sessantenne marocchina, di fede musulmana, è sulla Promenade des Anglais di Nizza la sera del 14 luglio. È lei a essere investita per prima dal camion bianco guidato da un tunisino, di fede musulmana come lei, Mohamed Bouhlel. Muore quella stessa sera anche Adija Bouzaouit, infermiera quarantaduenne, algerina d’origine: stava andando a comprare un gelato. Ed è un falso trasportatore di gelati, l’autista invasato, il suo carnefice in una sera di festa. Il bilancio delle vittime, dopo un attentato terroristico, è sempre un paradossale incrocio di destini, una sequenza insensata di coincidenze. “Ti sei salvato perché eri il primo. Perché eri l’ultimo” dice una nota poesia di Wislawa Szymborska intitolata al caso, a “ogni caso”. Chi si trova “a un pelo da una coincidenza”, a quale speciale fortuna lo deve? E viceversa, a quale sconvolgente accanimento della sorte – una nemesi senza colpa – si può attribuire l’essere lì, proprio in quel luogo, proprio a quell’ora? “Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba, / a un passo”? Le sorelle ventenni Chrzanowska, partite da un paese polacco di duemila abitanti, sognavano da parecchio una vacanza in Costa Azzurra. L’italo-americano Nicolas Leslie, ventenne anche lui, era a Nizza per un programma di interscambio universitario. Istruttore di kite surf, nato a Milano da madre italiana, viveva a Berkeley, California, e durante le sue immersioni aveva visto dodici specie diverse di squalo. La vacanza europea della famiglia Copeland – Austin, Texas – era cominciata in Spagna, a Pamplona. Padre e figlio, rispettivamente allenatore e giocatore di baseball, sono morti sul lungomare francese mentre guardavano fuochi d’artificio. Il terrorismo cosiddetto internazionale annoda vite lontanissime, ritaglia pezzi di carte geografiche, li accosta in modo delirante, li incendia. E quel “villaggio globale” che avevamo preteso fosse il mondo, lo è diventato davvero, rimpicciolito e stretto d’assedio, minacciato dai giocatori sparsi di una macabra mosca cieca. Il senso di allarme permanente, da cui proviamo a difenderci, sì, ha scardinato la disinvoltura di molte abitudini occidentali (da quanto ce lo ripetiamo?), ma se quindici anni fa nuove paure avevano inquinato le rotte dei viaggi aerei, oggi è difficile dire quale spazio di vita resti al riparo.

La sera del Bataclan di Parigi un bambino di cinque anni è riuscito a nascondersi, e a salvarsi. Sua madre e sua nonna sono state uccise davanti al teatro, per strada: una donna cilena poco più che trentenne e una donna anziana fuggita in Francia dal regime di Pinochet, Patricia San Martin Nunez, sindacalista a Sevran. Scappi dal Cile di Pinochet e muori a Parigi, in tempo di pace apparente, davanti a una sala concerti. Viene da pensare alla trama di un film come “Babel” di Iñárritu, a come annodava – per vie che parevano fantasiose, inattendibili – le storie di persone divise da migliaia di chilometri. Un proiettile colpisce una donna americana in viaggio in Marocco, il fucile da caccia da cui è partito appartiene a un uomo giapponese: il famoso battito d’ali della farfalla che scatena un tifone dall’altra parte del mondo?

Questi giorni insanguinati, sul fronte mobile di una guerra a tradimento, generano sensazioni condivise fra estranei. Un’alleanza astratta in cui la lingua, la provenienza geografica, le convinzioni politiche e religiose sono cancellate, non contano niente, non contano davvero più. Ma niente, nessuno è un simbolo: sono vite di esseri umani, nient’altro che ordinarie e incredibili, irripetibili storie di esseri umani. Adelma, peruviana, che muore all’aeroporto di Bruxelles. Javier, colombiano residente a Sidney, che festeggia la laurea a Tunisi e muore in un museo. Adele, italiana, poliglotta, residente a Dacca, uccisa mentre cenava in un ristorante – la sera prima di tornare a Catania.

Nella foto, Nicolas Leslie

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