Abitavamo vicino a Taksim

Siegmund Ginzberg
I fantasmi della mia Istanbul, piena di donne a capo coperto
la Repubblica, Venerdì, 23 giugno 2016

… La Istanbul in cui sono tornato è cambiata in modo incredibile. Ma al tempo stesso è quella di sempre. Nella sua bellezza mozzafiato. Ma anche nei corsi e ricorsi, negli intrighi e nelle paranoie del potere. La mia Istanbul aveva poco più di un milione di abitanti. Ora ne conta 16 milioni. Questa è una città che ha sempre sofferto quando gli abitanti venivano cacciati. Ha prosperato quando sono invece arrivati nuovi immigrati: gli ebrei, i levantini, gli albanesi, i russi bianchi. Gli ultimi, in milioni, sono turchi giunti dall’entroterra e dall’Anatolia, con il loro bagaglio di tradizioni conservatrici e islamiche. Da una parte e dall’altra del Bosforo è una densa foresta di grattacieli, gru e minareti, un’immensa colata di cemento che si estende a perdita d’occhio. Il partito di Erdogan non ha lesinato in edilizia e infrastrutture. I ponti sullo stretto sono diventati ben tre, più i tunnel, ne hanno appena inaugurato un altro che accorcerà di un paio d’ore la strada per Smirne, hanno in progetto un canale che raddoppierà il Bosforo. Rende, in termini economici e di consenso: tassi di sviluppo quasi cinesi, guadagni favolosi per gli amici di chi ha il potere di rilasciare licenze e appalti (il governo centrale), islam, tradizioni, casa, benessere e sicurezza agli altri. 

Altro cambiamento che salta all’occhio: il numero delle donne a capo coperto. Una volta era proibito. Sino ad ancora qualche anno fa erano una minoranza. Ora è diventato una moda. Anche le giovanissime sfoggiano eleganti fazzoletti multicolori. Le fermate di autobus sono tappezzate di cartelloni pubblicitari di una nota casa di accessori femminili, in due versioni: la stessa modella in uno scatto con foulard islamico, e uno senza. Una giornalista televisiva che fino a qualche mese fa intasava internet in pose sexy e nudi molto generosi, ora ha messo in rete le foto del suo pellegrinaggio alla Mecca, in mise islamica ultrà. Sul battello diretto alle Isole dei Principi attacco discorso con un crocchio di ragazze coi capelli al vento, scollacciate e truccate. Scopro che vengono dall’Iran. «Strano. Per anni noi abbiamo sognato di poter essere come le turche. E ora le turche vogliono coprirsi come noi in Iran…».

Abitavamo vicino a Taksim. È una delle piazze più brutte al mondo, ma per Istanbul è quel che è Times Square per New York, Piazza Venezia per Roma, Alexanderplatz per Berlino. È lì che mi hanno dato appuntamento molti degli interlocutori che ho sentito perché mi aiutassero a capire cosa sta succedendo. L’ho vista per ben due volte nel giro di un paio di settimane trasformarsi, assieme a tutto il centro, in fortezza assediata, sbarrata da transenne e cordoni di polizia, come se ci fosse la legge marziale. Succede, mi hanno spiegato, ormai ogni Primo maggio. L’hanno sbarrata di nuovo un paio di settimane dopo: per evitare assembramenti nell’anniversario delle proteste per Gezi Park. Mi direte: succede anche a Piazza Tiananmen, è successo anche a Wall Street. Ma lì non sono spiritosi quanto Erdogan che ha denunciato la «brutalità» della polizia di Hollande contro le pacifiche manifestazioni sindacali di Parigi.

Ho anche visto sbriciolare a colpi di cannone le mura bizantine e i giannizzeri entrarvi al grido di Allah è grande. Il 29 maggio Istanbul ha festeggiato la ricorrenza della conquista di Costantinopoli nel 1453, come fa da qualche anno. Succedeva su quello che i giornali turchi hanno definito «il più grande palcoscenico 3-D del mondo». Un videogame kolossal con migliaia di figuranti in costume (reclutati da mesi nelle file dell’esercito), una folla immensa che sventola bandiere rosse con mezzaluna e stella (hanno stimato un milione di spettatori), con la pattuglia acrobatica in cielo, proiezioni 3-D su mura bizantine di cartapesta (quelle antiche si stanno purtroppo sbriciolando davvero, l’accesso è nuovamente vietato). Non mi ha impressionato. Avevo visto cose anche più kitsch in Corea del Nord, in Cina, sui Champs Elysées, sulla Piazza Rossa e in America.

È normale che una nazione si aggrappi alla propria versione della storia, e in particolare a quella che piace al governante del momento. Nel caso specifico poi sarebbe più che giustificata la nostalgia. Maometto il Conquistatore non saccheggiò e non distrusse la città come avevano fatto i crociati cattolici nel 1204. Il regno dei suoi successori avrebbe avuto per secoli la fama di impero della tolleranza, che accoglieva gli ebrei scacciati dalla Spagna e perseguitati nel resto dell’Europa, entro i cui confini convivevano popoli, tribù e religioni che poi, liberati dal giogo ottomano, si sarebbero atrocemente scannati, anzi continuano a farlo.

I fantasmi che mi fanno davvero paura sono altri. Ad esempio il fatto che il giorno dopo un noto regista televisivo, Mustafa Altioklar, sia stato incriminato per vilipendio del capo dello Stato e per «incitamento all’odio» (nei confronti delle autorità). Aveva postato un tweet in cui se la prendeva con quelli che celebrano la conquista ma «dimenticano che a salvare davvero Istanbul fu Mustafa Kemal, mentre l’ultimo sultano ottomano l’aveva invece consegnata in ginocchio ai crociati». Il pianista Fazil Say è stato invece processato per «ateismo»: aveva postato in rete dei versi di Omar Khayyam. Una volta si finiva in galera solo per aver usato espressioni come «genocidio degli armeni». Ma poi in molti, a cominciare dai miei interlocutori turchi, si erano illusi che fosse possibile fare i conti almeno col passato. E invece è come nei giochi dell’oca: si torna al punto di partenza, o in prigione. 

Le edicole sono piene di giornali, coloratissimi, con titoli cubitali. La tv offre decine di canali. Ma poi ti accorgi che passano solo le notizie gradite al governo. L’unico canale in turco in cui ho sentito qualche notizia non addomesticata è quello della Fox di Murdoch, il che è tutto dire. La lista delle intimidazioni, dei processi e delle condanne per «insulto al presidente» è infinita. Si convincono gli editori a licenziare giornalisti e direttori scomodi con i mezzi più disparati: un’ispezione fiscale potenzialmente devastante, una scalata ostile, o addirittura assalti di folle inferocite contro le redazioni invise. Se non basta, si passa a maniere più forti. Ero andato a trovare nella sede di Cumhuriyet (la Repubblica) il giovane direttore Can Dündar, accusato di «spionaggio» per aver pubblicato un video sgradito sul traffico di armi dalla Turchia alla Siria. Erdogan gliel’aveva giurata: «Gliela faremo pagare». Lui era ottimista sull’esito del processo. Il giorno dopo l’hanno condannato a 5 anni assieme al suo capo della redazione di Ankara, e poi, all’uscita dal tribunale di Istanbul (resta a piede libero in attesa dell’appello), gli hanno sparato.

C’è un video dell’episodio anche in rete. Si vede l’uomo che spara e viene immobilizzato dalla moglie di Dündar e da un deputato curdo suo amico. Lo avevano già ripetutamente minacciato. E il governo gli aveva assegnato un agente di scorta. «Se rifiutavo la protezione, avrebbero potuto sostenere che se mi succedeva qualcosa era solo colpa mia» mi aveva detto ridendo. L’avevo richiamato dopo l’attentato: «Ma dov’era la tua guardia del corpo? Perché non è intervenuto?». «È rimasto indietro, in disparte. Lo hanno sospeso».

Lo «Stato profondo», i servizi segreti pronti a tutto per compiacere il potere di turno sono un vizio che ha radici profonde. Tornano l’intrusione tipo Stasi in Le vite degli altri, e persino le delazioni di massa. Erdogan ha invitato non solo i turchi all’estero, ma anche i sindaci, a denunciare strada per strada, casa per casa, non solo i sospetti di terrorismo, ma chi critica, e cioè offende la Turchia, cioè la sua presidenza.

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