Robespierre e le sorelle Duplay

Sergio Luzzatto
I pentimenti autografi di Robespierre.
Lo Stato francese ha pochi giorni di tempo per acquistare 116 fogli manoscritti dell’incorruttibile: i suoi discorsi con correzioni e ripensamenti 

 

Maurice_Duplay
Maurice Duplay

 

… bisogna partire da una singola casa della Parigi di fine Settecento, e dalla famiglia che la abitava. La casa era situata al n. 366 della rue Saint-Honoré, in pieno centro, a due passi da dove si riuniva la Convenzione. La famiglia era quella di Maurice Duplay, un imprenditore di falegna­meria presso il quale Maximilien viveva co­me inquilino in alcuni locali del primo pia­no, mentre suo fratello minore Augustin – detto “Bonbon”, lui pure deputato della Mon­tagna – e la sorella Charlotte affittavano un’altra ala dell’immobile. Giacobino fervente, Duplay aveva in casa due figlie. La maggiore, Éléonore, era qualco­sa come la fidanzata dell’austero Maximi­lien. La minore, Elisabeth, era legata a Philip­pe Lebas, un giovane deputato della Convenzione che proveniva dallo stesso dipartimen­to dei fratelli Robespierre, il Pas-de-Calais, e che si era andato illustrando – insieme al col­lega Saint-Just – co­me un montagnardo fra i più efficienti nel­la mobilitazione delle armate repubblicane. A sua volta Lebas aveva una sorella minore, Henriette, sentimentalmente legata a Saint-Just… Per­ché la Rivoluzione, oltreché un terremo­to politico, era un terremoto affettivo: nella promiscuità del mondo capovolto c’era spa­zio per l’amore oltreché per il Terrore. Quello fra Elisabeth Duplay e Philippe Lebas fu un grande amore. Se ne è conservata traccia nelle lettere che il montagnardo inviò alla ragazza – appena ventenne – prima e dopo il loro matrimonio, dalle frontiere dell’Est e del Nord dove combatteva con Saint-Just la guerra della Repubblica contro la coalizione dei monarchi europei. «Una lettera da te è senza dubbio una grande consolazione, ma non è te; niente può supplirti, e io avverto a ogni istante quanto mi manchi». «Quando siamo in carrozza e il mio collega, stanco, smette di parlare o si addormenta, io penso a te; se mi addormento anch’io, ancora penso a te». Elisabeth e Philippe si sposarono il 26 agosto 1793. Dieci mesi dopo nacque loro un figlio maschio, che ebbe il nome del padre e che sarebbe divenuto – nell’Ottocento – un insigne grecista e il bibliotecario capo della Sorbona. Ma Philippe junior non potè conoscere il suo papà: era un neonato di sei setti­mane il 9 termidoro, quando nell’aula della Convenzione Lebas chiese di essere arrestato insieme all’amico Saint-Just, e si sparò un colpo in testa poche ore prima che Saint-Just stesso, Maximilien Robespierre e Augustin salissero i gradini del patibolo fra i lazzi del popolo di Parigi. Restarono vive le donne, giovani donne segnate a dito come mogli o sorelle o compagne dei “tiranni”, e con fin troppa vita davanti a sé: Éléonore Duplay, Elisabeth Lebas, Charlotte Robespierre. Delle tre, la vedova di Le­bas fu l’unica a interpretare con fermezza il ruolo della sopravvissuta. Incarcerata per al­cuni mesi con il figlio al seno, quando uscì di prigione (nel frattempo, anche sua madre si era suicidata in carcere) Élisabeth non si accontentò di sbarcare il lunario come lavandaia sulla Senna, volle diventare una vestale della memoria di chi era caduto a Termidoro. Addirittura, secondo una tenace tradizione repubblicana, Élisabeth Lebas barattò il proprio vestito di nozze contro un ritratto a pastello di Saint-Just: il “bel ritratto” che Jules Michelet avrebbe ammirato con i suoi occhi, decenni più tardi, in occasione di una sua visi­ta alla “venerabile signora”. Ed era stata pro­prio Élisabeth – molto probabilmente – a na­scondere gli autografi di Maximilien Robe­spierre all’indomani del 9 termidoro, quando la polizia credeva di avere perquisito ogni an­golo di casa Duplay. I poliziotti riuscirono bensì a sequestrare un buon numero di carte, e a bruciarle quasi tutte: ma non trovarono i manoscritti che contenevano i discorsi più importanti dell’Incorruttibile, rimasti poi per due secoli presso i discendenti dei Lebas […]. Oltre a Michelet, un altro grande storico ottocentesco della Rivoluzione francese – il poeta e politico Alphonse de Lamartine – ebbe modo di incontrare Élisabeth da vecchia: gli parve «una donna della Bibbia dopo la dispersione delle tribù di Babilonia». …

Il Sole 24ore, 29 maggio 2011

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