Le vedove bambine di Marcinelle

Lidia Catalano e Stefano Scarpa, La Stampa, 1 agosto 2016

«Tu ci torneresti nel posto in cui è morto tuo marito a 26 anni bruciato vivo in fondo a una miniera?». Laura Di Pietro è china nel giardino di casa a raccogliere lumache. «Non sono per me, io non le mangio. Me le ha chieste una vicina». Sposa per 40 giorni, vedova da 60 anni. A volte due numeri possono bastare a esprimere l’enormità di un dolore. A Turrivalignani, un comune minuscolo nel cuore dell’Abruzzo, a mezz’ora d’auto da Pescara, tutti conoscono la storia di questa donna di 86 anni che veste il colore del lutto da quando era poco più che bambina. Ma lei non ha voglia di raccontare. «Non mi devono dire più niente, io in Belgio non ci torno». A ricordarle tutto, suo malgrado, c’è la piazza del paese, proprio accanto a casa sua, intitolata a Marcinelle, con il monumento al minatore ignoto. Ogni angolo, se si osserva bene, racconta la tragedia del Bois du Cazier.

Le lancette del tempo si sono fermate all’8 agosto 1956, nell’istante in cui la miniera di carbone si è trasformata in una trappola per topi. Un carrello posizionato male trancia i cavi elettrici durante la risalita in superficie e innesca la catastrofe. Il rogo si porta via 262 uomini, uccisi dalle esalazioni o divorati dalle fiamme. Belgi, polacchi, tedeschi, ungheresi, ma soprattutto italiani. Restano sepolti in 136, tra cui 60 abruzzesi, provenienti quasi tutti da quello che le cronache dell’epoca chiamano «il triangolo della fame». Turrivalignani, Manoppello, Lettomanoppello, un agglomerato di paesi aggrappati alla Maiella – la montagna Madre – che dal dopoguerra inizia a spedire migliaia di braccia in Belgio a procacciarsi il «pane amaro». Ogni anno Nino di Pietrantonio, il presidente dell’Associazione vittime di Marcinelle, organizza un pellegrinaggio sui luoghi della tragedia. «In quella cava ho perso mio padre, ma non è solo un dolore privato. Non si può dimenticare che c’è stato un tempo in cui la vita umana valeva meno di un pezzo di carbone».

Nella foto in bianco e nero Laura sorride abbracciata a suo marito Camillo. Sullo sfondo la baracca che ospitava i prigionieri di guerra e che faceva loro da casa. Hanno l’aria appagata di chi si è ritrovato dopo una lunga attesa. «Si era sposata a distanza quando Camillo era già in Belgio – racconta il cognato Mario, che all’epoca aveva 8 anni. – Il matrimonio per procura era molto diffuso, era l’unico modo per ottenere i documenti per il ricongiungimento». Diva D’Alimonte abita a pochi metri dalla sua amica Laura. Il filo che lega le loro vite conduce ancora al Belgio, a quella miniera che si è ingoiata anche suo marito Orlando, a 1035 metri di profondità. Lo aveva raggiunto tre mesi prima, con la stessa trafila. Le nozze per procura, il viaggio in treno da Pescara a Milano, fino al centro di raccolta dei migranti. E poi via su un altro convoglio con destinazione Charleroi. «Ci ho messo tre giorni ad arrivare», racconta seduta nel soggiorno di casa con un album di fotografie tra le mani. «Orlando era alla stazione ad aspettarmi, mi ha abbracciata, sognavamo di costruire una famiglia».

Quando il Bois du Cazier ha preso fuoco Diva aveva 22 anni ed era incinta di tre mesi. Di quella mattina ricorda ogni istante. Il fumo, le grida, la corsa davanti ai cancelli. «La gente restava lì notte e giorno ad aspettare notizie, non facevano entrare. Si passava il tempo a piangere e pregare». La speranza si è spenta definitivamente 37 giorni dopo: «Mi hanno mostrato un brandello di camicia e il panino che si era portato a pranzo quel giorno. È tutto quello che mi è rimasto di lui». C’è una foto, finita sulle prime pagine dei giornali dell’epoca, che la ritrae nel giorno dei funerali. Se ne intuiscono i lineamenti dolci, la figura sottile piegata dal dolore. «Non so come ho fatto a mettere al mondo questa figlia». Ce l’ha fatta e le ha dato il nome del papà che non ha mai conosciuto. Orlandina oggi ha 59 anni, è una donna robusta che parla poco e si aggira indaffarata per casa. «Posso offrire un caffè? Scusate il disordine, ci sono i nipotini…». «Fin da piccini, si dice, i figli dei minatori hanno il sorriso triste. E fin da piccini paiono votati a sostituire un giorno i padri», scriveva La Stampa all’indomani della tragedia. Un’immagine che si riflette negli occhi liquidi di Orlandina, nel suo volto segnato dalla stanchezza. Anche lei ha sostituito il padre, prendendosi cura della mamma, soprattutto ora che ha «i difetti». Gli acciacchi della vecchiaia. «Da piccola non mi davo pace e non facevo che ripetere la stessa domanda: perché gli altri hanno un papà e io no?». Diva scuote la testa. «Ci siamo dati da fare, abbiamo tirato avanti lo stesso. Che vuoi farci – sospira – la vita è così. C’è chi se la passa bene e chi inizia a soffrire dall’istante in cui viene al mondo».

 

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