Mauro Martini, slavista

Francesco Matteo Cataluccio

L’8 agosto è uno di quei giorni strani: molto belli e molto brutti assieme. Molto belli perché, tredici anni fa, vi nacque mio figlio Filippo, che oggi è un ragazzino vispo, ironico e molto simpatico.
Ma molto brutto perché, 11 anni fa, a Minorca, mentre stavamo preparando la festa per il compleanno di Filippo, mi giunse la notizia della scomparsa di Mauro Martini (1956-2005): un grande amico, intelligente e sfuggente, uno dei più originali studiosi di storia e letteratura russa. Frequentammo assieme Brodskij a Venezia e poi non mancammo mai, finchè visse, di andar assieme a portargli delle rose rosse sulla tomba. Al ritorno, come un rito, percorrevamo in silenzio la malinconica Fondamenta dei Mendicanti, che costeggia l’Ospedale, fino a Campo S. Giovanni e Paolo, dove ci sedevamo a bere in sua memoria un paio di spritz, nel vecchio caffè-gelateria “Rosa Salva”, guardando le belle finestre della casa sul canale di Ennio Concina, il profondo e burbero studioso dell’arte e archittetura veneziana e bizantina, ormai anche lui scomparso.
Mauro era un veneziano sensibile e malinconico, di grande cultura e interessi: spirito libero da ogni forma d’ideologia e disciplina accademica e culturale . Insegnava all’università di Trento senza essersi mai laureato. Studente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, si era occupato dei drammatici rapporti tra il partito comunista polacco e quello sovietico negli anni trenta. Consegnata la tesi, frutto d’anni di ricerche negli archivi di mezza Europa, non si presentò mai alla discussione (“la laurea non ha senso”, spiegò ai professori e agli amici esterefatti). Anche lui era andato in Polonia (poiché in Unione Sovietica sarebbe stato impensabile fare questo tipo di studi), alla fine degli anni settanta.
Laggiù lesse e bevve molto, e aiutò anche l’opposizione: coraggiosamente si offrì di portare, da Berlino ovest a Varsavia, dentro capienti borsoni da ginnastica, ciclostili smontati per la stampa clandestina di libri e giornali. Ma la sua passione era la Russia. Aveva un’affinità particolare con quel mondo, una sensibilità rara per la mentalità e la lingua di quel popolo. Niente a che fare col mito della patria del socialismo realizzato, né tantomeno col solito dostojevskianesimo d’accatto, tipo tormentata anima russa e icone luccicanti. Amava prima di tutto quella che, giustamente, considerava la più grande letteratura che sia mai stata scritta. Era poi affascinato dal senso tragico della Russia come problema per l’Occidente, e di questo come amore/odio per i russi. La sua riflessione sulla Russia aveva preso le mosse, oltre che dalla disillusione di giovane comunista, da quel capolavoro della storiografia delle idee che è La Russia e l’autocoscienza d’Europa (1961) di Dieter Groh, alla ricerca del nesso che lega la multiforme continuità della Russia millenaria al potere sovietico, nesso che che rappresenta una delle più complesse anomalie della storia europea e contro la storia europea: “L’Europa, e questo è un dato di continuità, ha sempre avuto molti problemi nel definire la natura e i modi del suo rapporto con l’appendice asiatica del continente”.
Mauro Martini è stato uno dei continuatori spirituali di Nicola Chiaromonte (e, per un certo periodo, diresse anche la nuova serie della rivista “Tempo Presente”). Aveva saputo far tesoro dei libri di Angelo Maria Ripellino, Franco Venturi e Vittorio Strada, ma soprattutto delle riflessioni di quegli intellettuali polacchi che, nonostante siano stati vittime del sistema sovietico, hanno amato e studiato la grande cultura russa: come Gustaw Herling (del quale aveva tradotto con passione dal polacco molti racconti), il pignolo studioso dello “slavofilismo” Andzej Walicki , Adam Pomorski (col quale passammo parecchi pomeriggi a discutere del ruolo del Faust nella cultura russa ), Ryszard Przybylski (che, come un poetico prestigiatore, ci raccontava della sua amicizia con Anna Achmatova, tirando fuori da una scatoletta di biscotti di metallo le malinconiche foto che la grande poetessa gli aveva donato prima di morire) e il poeta Wiktor Woroszylski. Ho davanti agli occhi una bella e significativa fotografia che lo ritrae, coll’eterno mezzo sigaro toscano in bocca, durante uno dei dibattiti alla Biennale del dissenso (Venezia, 1977): sorridente, accanto a Herling e al barbuto Andrej Siniavskij (Abram Terz). Amava molto il suo saggio Nell’ombra di Gogol’ (1974) , che considerava una vera chiave di svolta perché, contrariamente alla tradizione critica russa, metteva al centro di tutto la questione del riso, come Michail Bachtin quella del carnevale: “Il riso di Gogol’ è un riso creatore, buono, che è all’origine di tutto, all’origine dell’arte. Il riso è la forma più alta di magia, è il riso divino che ha creato il mondo”. Per Andrej Siniavskij (Abram Terz), Gogol’ era una sorta di strano mago orientale: “Ho cercato di mostrare la magia di un’ arte che risale alle fonti originarie… Ma nella storia dell’umanità la magia è fonte sia dell’arte sia della religione… Al fondo di Gogol’ c’è la forza della parola magica, che nella prima fase si manifesta artisticamante, e nella seconda prende la forma dell’esorcismo, della ripetizione, di un tentativo di persuasione e persino di coartazione degli altri (…). In quel capolavoro che sono le Anime morte, il mago buono diventa il mago cattivo… Per me ogni artista è come un mago buono. Quando il mago buono diventa cattivo, diventa oratore, moralista, predicatore…“ .
Per guadagnare qualche soldo in più, ma soprattutto per curiosità, Martini viaggiò in lungo e in largo l’Unione sovietica come accompagnatore turistico per l’agenzia di viaggi Italtour. Trovava sempre il tempo per fare un salto nelle librerie e le biblioteche o incontrare di nascosto qualche dissidente. Finì col passare spesso da Samarcanda, mostruosa ricostruzione di un passato crollato per i terremoti e le guerre: simbolo, per lui, del futuro di una nazione destinata a esplodere come una galassia impazzita, tra violenze e mafie, ma anche libertà e nuove, inedite, possibilità.
Uno dei libri che ci accomunava era Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev, “perché mostra un’altra Russia, amara e ironica, senza illusioni né orgoglio, che si consola con le donne e l’alcol e in una bellissima lingua racconta la tragicomica vicenda umana”. Mauro è stato uno dei rari amici che, come i giusti maestri, regalano generosamente tutto quello che sanno e senza i quali ti pare che non saresti quello che sei. Lui però non amava questo genere di riconoscimenti e diceva sghignazzando che la sua amicizia era “la carogneria puttanesca come supremo e ultimo stadio della baldracchieria”.
Mauro Martini mi manca molto: spesso mi soffermo a chiedermi che cosa avrebbe detto lui di qualcosa o che consigli mi avrebbe dato. Rimangono i suoi libri e le sue traduzioni. Ma non bastano…
L’8 agosto, con malinconia, mi consolo con Filippo e con la sua gioia di vivere.

http://www.esamizdat.it/gosti/martini.htm

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