Gavroche e la sua canzone

Victor Hugo
I miserabili

 [Gavroche]  È il piccolo, grande personaggio che rende il romanzo de I miserabili (1862) di Victor Hugo (1802-1885) davvero struggente. In questo ragazzino allegro e spensierato, generoso e mai intimorito dalla storia che sembra evolvere troppo rapidamente, Hugo ha fissato un’impronta di indimenticabile «eroismo di strada». Figlio dei malvagi Thénardier, Gavroche cresce nei vicoli di Parigi, privo di un affetto che la burbera madre ha riservato esclusivamente alla prole femminile: il narratore dice di lui che «non aveva né casa, né pane, né famiglia, né amore: ma era felice perché era libero» (III, 1, 13). In questa descrizione si racchiude l’essenza vitale del gamin de Paris che Gavroche rappresenta; in quanto figlio di nessuno egli è dunque il perfetto emblema di una libertà pagata, col sorriso sulle labbra, al prezzo della vita e invocata in soccorso dei misérables che, come lui, mal riescono ad affrancarsi dalla tribolazione ma che, tuttavia, continuano a lottare per un ideale. Figura epica del romanzo di Hugo, Gavroche incarna dunque, pur nella brevità della sua apparizione nel corso dell’opera, gli ideali rivoluzionari di Libertà, Uguaglianza e Fraternità: eroe delle barricate del 1832, egli combatte per il popolo asservito da un potere ancora elitario a fianco dei suoi fratelli veri o presunti, i quali riconoscono l’innata generosità di questo cuore nobile e fiero che a dodici anni è già un uomo, e per giunta un «filosofo» (Maurice Allem). Gavroche è, insomma, la prefigurazione del popolo in cammino verso la propria libertà, e il linguaggio che lo caratterizza (l’argot) è sintomatico della volontà di Hugo di accordare una voce concreta alla plebe sfruttata e sofferente, da troppo tempo in cerca di un riscatto morale e del recupero di una primordiale dignità. Gavroche muore, così, cantando durante un eroico tentativo di raccogliere dalle giubbe dei soldati morti le pallottole necessarie ai compagni di barricata in rue Saint Denis: sprezzante di una morte che già lo rincorre, questo étrange gamin fée si libra dunque in volo, lasciando in eredità ai suoi fratelli parigini un’indimenticabile lezione di coraggio. Ancora una volta, il piccolo Davide ha combattuto e vinto contro Golia, e il popolo che egli ha rappresentato e difeso non dovrà attendere a lungo per scorgere la propria libertà sventolare nella bandiera tricolore. (Utet, Letteratura europea on line)

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il ritratto di Gavroche
Tomo III, Libro 1, capitolo 13

Circa otto o nove anni prima degli avvenimenti che abbiamo raccontato nella seconda parte di questa storia, sul boulevard del Tempio oppure nei dintorni di Château-d’Eau si notava un ragazzo di undici o dodici anni, il quale avrebbe incarnato con sufficiente esattezza il tipo del monello abbozzato precedentemente, se al riso proprio della sua età non avesse unito un cuore assolutamente triste e vuoto. Quel ragazzo indossava bensì un paio di pantaloni da uomo, ma non erano di suo padre, e aveva una camicetta donnesca che non apparteneva a sua madre.
Persone estranee l’avevano vestito di cenci per carità. Eppure aveva un padre e una madre; ma suo padre non pensava a lui e sua madre non lo amava. Era uno di quei ragazzi che meritano più pietà di tutti quelli che, pur avendo padre e madre, sono tuttavia degli orfanelli.
Il ragazzo non si sentiva mai tanto bene come quando stava nella strada. Il selciato gli era meno duro del cuore di sua madre.
I suoi genitori l’avevano gettato sulla strada con una pedata. Ed egli aveva preso subito il volo. Era un ragazzo chiassoso, pallido, svelto, sveglio, beffardo, dall’aria vivace e malaticcia.
Andava, veniva, cantava, giocava, frugava nei rigagnoli, rubava un poco ma allegramente come i gatti e i passeri, rideva quando lo si chiamava galoppino, e andava in collera se lo chiamavano mascalzone. Non aveva né casa, né pane, né fuoco, né amore; ma era allegro perché libero.
Quando questi poveri esseri diventano uomini, quasi sempre il rullo dell’ordine sociale li incontra e li schiaccia; ma finché restano fanciulli sfuggono perché piccini, e il minimo buco li salva.
Eppure, per quanto abbandonato, quel ragazzo poteva dire talvolta, ogni due o tre mesi: – Toh, vado a trovare la mamma! E allora abbandonava il boulevard, il Circo e la Porta Saint-Martin, scendeva verso il fiume, passava i ponti, raggiungeva i sobborghi, arrivava alla Salpêtrière e si fermava. Dove? Precisamente a quel doppio numero 50-52 che il lettore già sa, alla topaia Gorbeau.
A quell’epoca la catapecchia 50-52, abitualmente deserta e sempre col cartello “Affittasi”, era, cosa rara, abitata da molti individui che del resto, come sempre accade a Parigi, non avevano alcun rapporto tra loro. Appartenevano tutti alla classe indigente, che comincia dall’ultimo piccolo borghese in strettezze e si prolunga di miseria in miseria nei bassifondi della società fino a quei due esseri ai quali vanno a finire tutte le cose materiali della civiltà: lo spazzino e il stracciarolo.
La “principale inquilina” ai tempi di Jean Valjean era morta ed era stata sostituita da un’altra simile. Non so quale filosofo ha detto che le vecchie non mancano mai.
Questa nuova vecchia si chiamava Burgon e non aveva altro di notevole nella sua vita che una dinastia di tre pappagalli che avevano regnato sul suo cuore.
I più miserabili tra gli inquilini di quella topaia erano quattro componenti di una famiglia: padre, madre, e due figlie già abbastanza grandi, tutti e quattro in una sola stamberga.
A prima vista, quella famiglia non offriva nulla di particolare al di fuori della sua estrema miseria. Il padre, prendendo a pigione la casa, aveva detto di chiamarsi Jondrette, e appena messo piede in quella casa aveva detto alla donna che, come la precedente, faceva da portinaia e spazzava le scale: – Buona donna, se per caso qualcuno chiedesse di un polacco, di un italiano o anche di uno spagnolo, sono io.
Questa era la famiglia dell’allegro monello. Egli arrivava e trovava la povertà, la miseria, e, ciò che è più triste, nessun sorriso; il freddo nel focolare e nei cuori. Quando entrava, gli chiedevano: – Da dove vieni? – Rispondeva: – Dalla strada! – Sua madre gli chiedeva: – Che vieni a fare qui?
Questo ragazzo viveva senza affetti come certe pallide erbe che nascono nelle cantine. Non ne soffriva e non se la prendeva con nessuno perché non sapeva che cosa dovessero essere un padre o una madre. D’altronde la madre amava le sue sorelle.
Abbiamo dimenticato di dire che quel piccolo ragazzo veniva chiamato Gavroche. Perché si chiamava Gavroche? Probabilmente perché suo padre si chiamava Jondrette [altro nome di Thénardier].

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XIR158621 Gavroche Leading a Demonstration, illustration from ‘Les Miserables’ by Victor Hugo (oil on canvas) (b/w photo) by Jeanniot, Pierre Georges (1848-1934) oil on canvas Bibliotheque Nationale, Paris, France Lauros / Giraudon French, out of copyright

la canzone di Gavroche
tomo V, libro I, capitolo 15

        Se siam brutti a Nanterre,
        La colpa è di Voltaire,
        Se siam sciocchi a Palaiseau,
        La colpa è di Rousseau.

        Se non sono un banchiere, 
        La colpa è di Voltaire, 
        Se casa più non ho, 
        La colpa è di Rousseau. 
        Se balzano è il mio carattere, 
        La colpa è di Voltaire, 
        Se quattrini non ho, 
        La colpa è di Rousseau. 
        Se son finito in terra, 
        La colpa è di Voltaire, 
        Col naso nel canale finirò,
        La colpa è di Rousseau

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