Lucrezio

Luca Canali, Identikit dei padri antichi, manifestolibri, Roma 2010

Lucrezio: la sovversione fallita

TITO LUCREZIO CARO: le poche notizie sulla sua vita risalgono alla Cronaca di S. Girolamo. Esse suggeriscono una figura tragica e fascinosa, così somigliante all’intonazione del poema De rerum natura, in quel suo continuo oscillare tra estasi e disperazione, tra razionalità esaltante e sentimento desolato della condizione umana e cosmica, da suggerire insieme il sospetto di un’invenzione, e la certezza di una realtà storica. Lucrezio visse approssimativamente fra il 98 e il 55 a.C. Qualche studioso ha supposto che egli fosse nato in Campania, ove fioriva una scuola epicurea; altri lo ritenne romano. S. Girolamo riferisce che morì a 44 anni, suicida, reso folle da un filtro d’amore; e che la sua unica opera fu scritta per intervalla insaniae, «durante le pause della sua pazzia».

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Il contenuto del De rerum natura è di quelli che generano le asseverazioni o le palinodie dei poetastri, o le strutture del genio: partizione dei diversi livelli della scienza, della religione, della fisiologia, dell’etica, dell’antropologia, della politica; contestazione razionale dei falsi modelli di vita, affermazione dei princìpi d’una [amicizia] universale; al tempo stesso, fraterna contestazione degli umani errori, dottrinaria enunciazione degli schemi di salvezza, un terrestre elisio ancora fuori vista, sostituibile solo da uno zelo di terapeuti innamorati dei sintomi del morbo, dell’irriflessa sanità della materia, o dell’estatica glorificazione del maestro. E paletnologia, paleontologia, linguistica, fenomenologia, patologia, in un succedersi d’intonazioni didascaliche, epiche, tragiche, liriche, satiriche. Un universo per dilettanti dell’enciclopedismo in versi, o per talenti poderosi disposti a soccombere pur di realizzarsi, pellicani suicidi per amore della prole errante negli abbagli d’una società belluina.
La dottrina di Epicuro, fondata sull’atomismo democriteo, filtrata nell’esperienza umana, storica, letteraria di Lucrezio (e degli altri epicurei romani perduti), costituisce in potenza, cioè nelle formulazioni dei gruppi d’iniziati — sembra illusoria l’opinione di B. Farrington che ipotizza una diffusione di massa dell’epicureismo –, l’unica teoria rivoluzionaria dell’antichità latina. Naturalmente essa fu utilizzata dai politici novatori solo nella sua parte negativa, per quel che poteva offrire alla distruzione delle mitologie conservatrici e all’erosione dei fondamenti ideologici del privilegio oligarchico: l’ideale etico della voluptas, cioè del piacere catastematico, remoto sia dall’angoscioso affaccendarsi nei negotia della vita, sia dal brutale voltolarsi nel «piacere di movimento», restava una mèta di spiriti forti, sdegnato, se non ignorato, dalle moltitudini coinvolte nelle lotte economiche, sociali e politiche che si usa definire storia.
Non esiste, nella storia del pensiero latino, un’opera che, al pari del De rerum natura, contenga ed esplichi un così gran numero di argomenti sovversivi, e che, nello stesso tempo, s’inserisca con altrettanta coerenza nelle linee di sviluppo della società e della letteratura di Roma.
La crisi della repubblica e i risultati dell’avanguardia letteraria confluiscono nel poema lucreziano, e in un certo senso lo determinano; ma di quei conflitti e di quelle evasioni Lucrezio è anche il giudice e l’eversore, tanto meno incline al compromesso quanto più colpito, e non ancora guarito, dal comune contagio. Tradizione e rivoluzione si avvinghiano nel poema in una lotta mortale che spesso rassembra un amplesso d’amore, nel sogno della poesia, cioè nel risultato, sull’eco della dottrina; nella dottrina, che non contraddice la poesia (l’anti-Lucrezio è solo un’ingegnosa invenzione), ma ne costituisce la matrice e l’intelaiatura, Lucrezio scardina tutti i fondamenti della società romana, li rovescia nella battaglia per l’intellettuale società epicurea, che in nulla somigli all’autoritaria repubblica dei miliziani della virtus, ma prefiguri un egualitario eden di armonia, di rispetto, di equanimità e di solitudine umana.

I cardini della potenza sono le armi, il diritto, il negotium: per l’epicureo Lucrezio, sullo sfondo dei decenni di Silla, dei triumvirati, di Spartaco, di Catilina, le guerre sono invece la maledizione degli uomini, il diritto è la fonte del loro timore, il negotium la condizione della loro ansia: di arricchire, primeggiare, schiacciare i fratelli; e le guerre, il diritto, il negotium hanno fallito, si sono rivolti contro se stessi, si sono confutati nella loro stessa logica interna. Ad essi si contrappone la pace, la […], l’ otium speculativo del saggio epicureo. La religio, cioè non tanto la concezione delle divinità, relegate negli intermundia, quanto la superstizione cultuale rivolta agli dèi e alimentata dai sacerdoti al servizio del potere, è fonte di terrore e di schiavitù, strumento di ricatto psicologico e di oppressione politica: la paura della morte ne è la premessa; la stoltezza e l’ignoranza – dell’origine delle cose, della materialità dell’universo in continuo movimento, scambio, metamorfosi di aggregati atomici in spazi vuoti nei quali sia possibile il clinamen, premessa fisica della nozione psichica di libero arbitrio – ne costituiscono la condizione. La religione di stato, la funzionarizzazione dei sacerdoti, la devozione delle plebi alle mitologie autoctone o d’importazione, comunque transustanziate nel ferreo Olimpo, su cui le élites intellettuali e filosofiche fondavano il loro predominio politico, erano flagellate dall’irruente polemica lucreziana. La passione amorosa costituiva un’alienazione, oltre che del prestigio, anche dell’identità umana. La stessa tecnologia, se male utilizzata, nella guerra o nella produzione di beni di consumo superflui, cospirava anch’essa alla distruzione o all’asservimento dell’uomo.

 

olycom - abbiati -
Luca Canali
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