La notte in Leopardi e Lucrezio

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
Giacomo-Leopardi-Canto-notturno-di-un-pastore-errante-dell’Asia

 

La ginestra, o il fiore del deserto

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno

Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume

Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

 

De rerum natura , libro I, versi finali

Queste cose in tal modo giungerai con poca fatica a conoscere;
e infatti da un elemento un altro trarrà chiarezza, né la cieca
notte il cammino ti toglierà, sì che tu gli ultimi confini della natura
non intraveda: così le cose medesime illumineranno altre cose.

Haec sic pernosces parva perductus opella;
namque alid ex alio clarescet nec tibi caeca

nox iter eripiet, quin ultima naturai
pervideas: ita res accendent lumina rebus.

——————————————————————————————————————

Edoardo Boncinelli
Poeti erranti per l’infinito. E la scienza diventa musa
Corriere della Sera, 27 gennaio 2004

… Non sono molti i poeti che hanno subito il fascino delle scoperte scientifiche e che ne hanno tratto ispirazione, ma quando è successo il risultato è stato eccezionale. Due esempi sono rappresentati dal Leopardi appunto e da Lucrezio, ed è per me particolarmente interessante osservare che sotto le feste siano usciti dell’ uno un’elegantissima edizione del De rerum natura nei Millenni Einaudi e dell’ altro un interessante studio per l’ editore Carocci: Gaspare Polizzi, Leopardi e «le ragioni della verità». Il primo rappresenta uno dei rarissimi esempi di poesia scientifica. La sua è un’esposizione delle teorie atomistiche viste sotto l’ angolatura della filosofia di Epicuro. Potrebbe essere la lettura più noiosa della terra, non fosse per l’ eccezionale forza rappresentativa di Lucrezio, che cala gli elementi della teoria nell’osservazione della natura e ci offre affreschi indimenticabili in una lingua personalissima ed essenziale, corrosa e a suo modo scontrosa. L’esposizione delle teorie di Epicuro non rappresenta in realtà che un’occasione per raffigurare con ineguagliata asciuttezza e forza espressiva una varietà di vicende naturali e umane, ma non si può non percepire l’entusiasmo dell’ autore per quella promessa visione «scientifica» che farà sì che le cose stesse faranno luce sulle cose: «ita res accendent lumina rebus».
Ben diverso, sofferto e pieno di contraddizioni è il rapporto di Leopardi con la scienza del suo tempo. Il suo rapporto con la scienza e il suo cammino non è diverso da quello che ha con il mondo intero: entusiasmo, studio e grande applicazione, enorme aspettativa, cocente delusione e sconsolato dileggio. Ma mai distacco. Il libro del Polizzi delinea bene il percorso del nostro dai suoi furori giovanili per le novità della scienza, che spessissimo chiama filosofia, al sofferto distacco e alla negazione, suggerita da uno «scetticismo ragionato e dimostrato», di un suo qualsiasi valore per lo spirito umano. La «farragine fisica e matematica» non porterà a conoscere «l’ intiero e l’ intimo delle cose», «L’ uomo non giunge sì avanti. Le cause delle cause primitive gli sono ignote». Non arriverà per questa via a comprendere «a che si volva questo arcano universo». A meno che non riesca ad affiancare a un vichiano scire per causas, conoscere attraverso le cause, una sorta di scire per possibilia, conoscere attraverso una ricognizione e una contemplazione dei possibili. Dio, infatti, «può conoscere e conosce tutti i possibili», mentre «gli uomini non si possono perfettamente conoscere, chi non conosca poco men che tutti i possibili, dico, i possibili di questa natura e di questa terra». Eppure in gioventù aveva avuto accenti entusiastici per le nuove scoperte, soprattutto per quanto concerne l’ astronomia, la scienza che più infiamma la sua musa, quella che gli fa rivolgere alla Luna e alle stelle indimenticabili domande e che gli suggerisce toccanti invocazioni. Aveva trovato espressioni epiche per parlare di Newton e di Copernico, che «abbassa l’ idea dell’ uomo, e la sublima» ed era arrivato ad affermare che «lo scopo della filosofia (in tutta l’ estensione di questa parola) è il trovar le ragioni delle verità» e ad ammettere «che conosciuto, ancor che tristo, ha i suoi diletti il vero». Non mancano nella sua opera anche originalissime riflessioni, come quelle sul concetto di infinito e sull’ intrinseca immortalità dei costituenti ultimi della materia, dal momento che «la semplicità è il principio necessario d’ immortalità». Dove poi Leopardi è proprio nei suoi panni è nelle riflessioni sulla diversità della natura della scienza rispetto a quella della poesia: «È proprio ufficio de’ poeti e degli scrittori ameni il coprire quanto si possa la nudità delle cose, come è ufficio degli scienziati e de’ filosofi il rivelarla». In questa loro opera gli scienziati utilizzano «termini», che determinano e delimitano, mentre i poeti adoperano le «parole», «più vaghe, ed esprimenti idee più incerte, o un maggior numero di idee» allo stesso tempo. Brillantissima intuizione, che anticipa i tempi e che sgombra il campo da tanti anche recentissimi fraintendimenti. Grande poeta quindi il Leopardi, ma anche grande e sofferto pensatore, autoconfinatosi nel ruolo scomodissimo e «disperatissimo» di pensatore per parole. Epica la sua esortazione: «non bisogna estinguer la passione colla ragione, ma convertire la ragione in passione», come epica la sua invocazione: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai silenziosa luna?», cui Lucrezio, dal canto suo, sembra rispondere che: «la cieca notte non ti precluderà il cammino, impedendoti di contemplare i confini ultimi della natura» quin ultima naturai pervideas.

https://www.youtube.com/watch?v=m-Wqzdf_Ba0#t=293

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