Bach

Leonetta Bentivoglio
Bach, il genio che suonava il suo amore perduto
Professava una fede incrinata dai dubbi. Adorava la birra e le donne. Fu padre di ventitré figli
Il grande compositore secondo John Eliot Gardiner che lo ha diretto tutta la vita 

la Repubblica, 9 febbraio 2016

UDINE Suonare Bach è come tuffarsi in un paesaggio sottomarino di spettacolare bellezza, secondo John Eliot Gardiner. Offre questa metafora durante il nostro incontro a Udine, unica tappa italiana del suo tour europeo col Monteverdi Choir e l’English Baroque Soloists, magistrali ensemble da lui fondati. Famoso per le sue esecuzioni filologiche della musica barocca e celebrato interprete di tutto il repertorio classico, il direttore d’orchestra inglese invita a immaginare il contrasto fra «la percezione di chi galleggia sulla superficie dell’oceano, dove l’orizzonte è limitato a poche cose, terra, orizzonte, superficie del mare, e il modo in cui ci si sente quando ci s’inabissa, scoprendo una realtà ricca di tinte vivaci, banchi di pesci che passano, coralli e onde di anemoni». Dirigere Bach equivale a questo viaggio in una dimensione altra: «Mentre sull’acqua sentiamo il sordo rumore della quotidianità, sotto ci si svela l’inimitabile magia sonora bachiana, con la sua varietà di colori, la nitidezza dei contorni, la profondità armonica e la fluidità dei movimenti e i ritmi sottostanti».
Possiamo almeno in parte condividere quest’immersione grazie al monumentale volume che Gardiner ha dedicato a Bach, La musica nel castello del cielo (Einaudi). Nutrito da un’intensa prassi esecutiva e fondato su un solido progetto di correlazione fra la personalità di Bach e il suo pensiero musicale, il libro intreccia minuziosi quadri d’ambiente, lucide analisi di partiture e affondi psicologici nell’indole accesa e problematica del musicista tedesco, vissuto tra il 1685 e il 1750. Radicandolo nel suo contesto con una cura che testimonia il background di Gardiner, laureato in Storia a Cambridge: «Bach è una creatura molto specifica del proprio tempo e luogo», spiega. «La Germania dove nacque, frammentata in piccoli stati, subiva l’onda lunga del declino seguito alla guerra dei Trent’anni. Era riemerso l’influsso di Lutero, e alla paura della morte s’univa quella della vita, con l’angoscia causata da malattie e malnutrizione. Plasmato da una scuola dove s’insegnava ancora il sistema tolemaico, pre-copernicano e pre-Galileo, il fenomeno Bach sboccia nel pieno del conflitto fra il revival del luteranesimo e l’alba dell’Illuminismo. Fiorendo all’interno di una famiglia di musicisti attivissima e ben inserita socialmente, al punto che ad Eisenach, la città della Turingia dove nacque Johann Sebastian, il nome Bach era sinonimo di musicista».
Colpisce l’aspetto secolare e profano che lei sottolinea in Bach, noto soprattutto come autore di musica sacra.
«Non penso che in Bach ci sia differenza tra sacro e profano. Che scrivesse i Concerti Brandeburghesi o le Cantate del Caffè o quelle per la chiesa, lavorava nell’ottica materica del più genuino mestiere artigianale. Per lui la musica era un atto di culto, ma al tempo stesso sono evidenti il suo humour e la sua passione per la vita. Padre di 23 bambini, di cui 10 morirono prima dei tre anni, era un uomo fisicissimo, che amava il cibo, la birra e le donne. Ed è magnetico l’impulso alla danza nelle sue composizioni, nei Concerti Brandeburghesi così come nelle Variazioni Goldberg, nelle Suite per violoncello, nelle Sonate e Partite per violino e in alcune Cantate».
È come se lei volesse restituire all’uomo Bach una struggente imperfezione.
«Non posso dimostrarlo, ma sono convinto che Bach avesse una fede incrinata dai dubbi, e se così non fosse la sua musica non ci toccherebbe tanto. Come se ci dicesse: so cosa provi quando perdi qualcuno che ami. Certe Cantate sulla mortalità infantile usano campane acute simili a quelle adottate nei funerali luterani, producendo un tintinnio sulla superficie della musica intensamente evocativo che turba e commuove anche gli atei».
Lei esprime l’idea di un Bach tormentato, ribelle e difficile da irreggimentare e contenere.
«Rimase orfano a nove anni, destino che lo rese prematuramente responsabile di sé e solo dal punto di vista affettivo. Ebbe tanti volti: fu devoto e rivoluzionario, riflessivo e generoso di simpatia, sensibile alla cruda fisicità della vita e proiettato in sfere ultraterrene. Dovette confrontarsi spesso con committenti imprecisi o idioti. Burocrati, preti e aristocratici pazzi come i Duchi di Weimar. A Lipsia si sentì imbrogliato. Aveva esitato prima di lasciare Cöthen, dov’era stato felice grazie a un principe che lo ammirava e rispettava. Poi giunse l’occasione di andare come Cantor a Lipsia, il miglior posto di lavoro a cui si potesse aspirare in Germania, e lo accettò per far studiare bene i figli. Ma le condizioni non furono quelle che gli erano state promesse e si trovò a lottare contro norme che limitavano la sua creazione».
Reagiva facendo esplodere zone d’ira nei suoi brani.
«Non sopportava gli ipocriti e i finti cristiani, i baciapile. La sua musica è pervasa dalla collera. Si sente soprattutto nelle innumerevoli Cantate, che doveva comporre velocemente, senza il tempo di soffermarsi e correggere. Spontanee e impulsive, specchiano moti di rabbia o delusione. Scrivendo le due Passioni o la Messa in Si minore invece, poté revisionare, tornare indietro e cambiare. Non c’è il medesimo, imperfetto bollore».
Lei, maestro, è cresciuto all’ombra dell’autentico ritratto del Cantor, dipinto da Haussmann nel 1748. E questa biografia di Bach diventa in parte anche la sua autobiografia.
«La mia intera vita è impregnata da Bach, fin dagli ascolti e studi dell’infanzia. Quel quadro entrò a casa nostra perché un insegnante di musica ebreo, Waler Jenke, riparò in Inghilterra dalla Germania nel ‘36. Portò con sé solo una chitarra e il ritratto che il nonno aveva comprato per pochi spiccioli in un negozio di cianfrusaglie alcuni decenni prima, ignorando quanto fosse prezioso. Jenke lo affidò ai miei durante la guerra, e fu collocato su una parete del vecchio mulino del Dorset dove sono nato nel ’43. Da bambino provavo a evitarne lo sguardo severo. Ora il quadro è al Museo Bach di Lipsia, di cui sono presidente. Ho potuto scrivere La musica nel castello del cielo anche grazie a questo ruolo, che mi ha fatto accedere liberamente a tutta la documentazione esistente su Bach».

Johann_Sebastian_Bach_1746

Quali sono gli equivoci più diffusi nella visione di Bach?
«Lo si considera troppo remoto. Un imparruccato, paffuto, noioso Kapellmeister. Un inavvicinabile matematico della musica. Non è vero. Contano il suo essere di carne e sangue, il suo vigore nel farci intendere la voce divina in forma umana, il suo deliziarsi con la natura e il ritmo delle stagioni, la sua travolgente sensualità, la sua fiducia nella vita che accoglie ed esorcizza la morte».

IL LIBRO La musica nel castello del cielo, di John Eliot Gardiner (Einaudi, pagg. 651, euro 38, traduzione di Luca Lamberti)

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