Le sirene

Le Sirene (Σειρῆνες, Sirenes o Sirēnae) sono figure mitologiche fra le più note e diffuse nelle credenze popolari, nella letteratura e nell’arte della Grecia antica e, per riflesso, in quelle di Roma. Appunto nelle credenze popolari greche dei secoli VII-V a. C. e nei monumenti figurati corrispondenti le sirene ci si presentano nel loro aspetto, compiuto e definitivo, di genî della morte, del pari che le Keres e le Erinni, di esseri appartenenti a quella lugubre e temuta schiera di Ecate della quale fanno pure parte le Arpie, le Lamie e Thanatos stesso. Non sono tutte queste altro che le anime dei defunti che non furono placate coi rituali onori delle tombe; e poiché non ricevettero le libazioni ad esse dovute, hanno il gusto e il desiderio del sangue e cercano di attirare a sé i mortali, ammaliandoli e seducendoli.
I tentativi dei moderni di spiegare l’etimologia del nome delle Sirene sono molteplici e i resultati non sicuri: alcuni ne hanno ricollegato il nome con la radice semitica sir (“canto”); altri si sono richiamati al greco σειρά “fune, corda”, sicché “sirena” sarebbe “colei che incatena, che avvince”; altri ancora hanno ravvicinato il nome delle sirene a σείριος “ciò che brilla, che arde”, nguardandole come la personificazione dell’incanto del mezzogiorno.
Le Sirene compaiono già in Omero, là dove (Odissea, XII, 39-54; 158-200) Circe le descrive a Ulisse come le muse del mare, che ammaliano col loro canto i naviganti, e infatti, quando la nave di Ulisse è giunta in prossimità della loro sede, si calmano i venti e s’ode la dolcissima voce delle Sirene, che chiamano Ulisse e gli rievocano le gloriose gesta compiute intorno a Troia.
Già da questa prima rappresentazione omerica delle Sirene risultano gli elementi fondamentali della loro figura, quale essa seguiterà poi ad apparire nella letteratura posteriore: l’arte del canto, usata per allettare e per perdere i mortali; il loro sapere sovrumano. Sarebbe vano cercare di ricavare dall’Odissea una sicura e precisa indicazione geografica sulla sede delle Sirene.
Le due Sirene omeriche non portano nomi individuali, i quali compaiono però già in Esiodo, che pone la sede delle Sirene, come pare, sulla costa occidentale dell’Italia meridionale. Anche il loro numero non variò molto negli sviluppi posteriori del mito; nelle pitture vascolari del sec. VI compaiono spesso in numero di tre; di rado, e solo più tardi, sono quattro. La loro figura andò prendendo contenuto e contorni sempre meglio definiti: in dipendenza della loro essenza di anime dei morti, vennero pensate e rappresentate alate o addirittura in forma di uccelli.
Nella poesia alessandrina prende poi forma definitiva la loro genealogia: le Sirene sono fatte figlie di una musa (di Mnemosine, di Tersicore o di Calliope) e del fiume Acheloo; ma secondo un’altra versione, di cui è già traccia nei tragici e che risale probabilmente ad Esiodo, si dicevano figlie di Forchi e di Cheto. Intorno alla loro origine, si favoleggiò ch’esse fossero state le compagne di giuochi di Persefone, trasformate da Demetra in uccelli, in punizione di non avere aiutato la loro divina compagna, quando Ade era comparso per rapirla. Sulla loro fine, si riteneva che esse si fossero date la morte, quando il loro sortilegio aveva fallito, come nel caso d’Ulisse; oppure che, avendo gareggiato nel canto con le Muse ed essendo state vinte, fossero state per punizione trasformate in pietre.
La situazione delle loro sedi, non determinata nei poemi omerici, fu fissata in seguito nelle regioni vicine allo Stretto di Messina, a causa della creduta vicinanza di sede fra le Sirene e Scilla e Cariddi. Si indicavano così, come sedi di Sirene, l’Etna, Catania, il Capo Posidonio, ov’era localizzato il culto della sirena Leucosia, Terina, ove si rendeva culto alla sirena Ligea. Con una sirena si identificava pure Partenope, eponima della città di Napoli. Famoso centro del loro culto era poi il tempio delle Sirene, che sorgeva nella penisoletta di Sorrento, in correlazione forse con le difficoltà della navigazione delle bocche di Capri: Sirene o Sirenuse si chiamavano le vicine isolette, identificate con gli scogli detti li Galli.
Mentre si estinse, con la fine dell’evo antico, il significato e l’aspetto ctonico delle Sirene, come anime dei morti sitibonde di sangue, rimase invece viva ed efficace la concezione omerica di esse, di fanciulle dal dolce canto e dalla irresistibile attrazione, simbolo, in tutti i linguaggi e in tutte le letterature europee fino ai nostri giorni, della donna che ammalia e che seduce col dolce canto (cfr. Dante, Purgat., XIX, 19-21)*.
Giulio Giannelli
Enciclopedia italiana (1936) 

(*)

«Io son», cantava, «io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!»

PARAFRASI
“Io sono”, cantava, “io sono la dolce sirena,
che incanta i marinai in mezzo al mare;
tanto è il piacere che si può provare nell’ascoltarmi!”

COMMENTI

Nota la molle, abbandonata ripresa: Io son… io son: musicalmente rilevata da cantava che la intramezza; le molli allitterazioni del v. 20 e la vaga eco fra marinari e mar; e l’ombra di mollezza che ancora avvicina, nell’ultimo verso, piacere a piena. Evidentemente Dante ha intonato questi versi come un canto, quasi ne sentisse dentro di sé le note. Serena: sirena. Dismago: non svio; e tanto meno travio, parola di significato morale, che quindi non può aver luogo sulla bocca della sirena. Dismago ha, in relazione con il tono sentimentale e sensuale di questo «canto», un significato anche più indefinito di svio: e perciò lo spiegherei, col Rossi, incanto, affascino. Il linguaggio di questa sirena è tutto intriso di piacere, indefinito come la sensualità e il sogno: e non sopporterebbe la precisione di un’idea morale. (Attilio Momigliano)

a sentir: ad essere ascoltata, per chi mi ascolta. E piena chiude il verso dando risalto a quel traboccante piacere.  (Carlo Grabher)

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