Nella Sardegna di Gramsci

Angelo Ferracuti
Sulle orme di Gramsci
Viaggio nei luoghi della Sardegna rurale, nell’altipiano Barigàdu, tra Macomer e Sassari, dove corre il fiume Tirso, in cui è nato e in parte vissuto Antonio Gramsci, prima di «emigrare» a Torino per iscriversi all’università. L’occasione sono i cinque giorni della «scuola internazionale di studi gramsciani» che si svolge fino al 10 settembre nella casa-museo di Ghilarza con studiosi provenienti da tutto il mondo
il manifesto, 6 settembre 2016

san-serafino
La chiesa di san Serafino a Ghilarza

… Scesi alla piccola stazione di Abbasanta, disabitata e malmessa, fuori ci aspetta in auto il vice-presidente dell’«Associazione Casa museo Antonio Gramsci» Gianluigi Deiana, professore di storia e filosofia nei licei in pensione con una barba bianca folta e l’aria da vecchio militante. Indossa una maglietta nera, dove c’è scritto: «acqua ai popoli, vino a chi lotta», ed è un burbero benefico. Il paese è piccolo, quattromila abitanti, il più importante di quelli che si trovano nell’altipiano Barigàdu, tra Macomer e Sassari, dove corre il fiume Tirso, il lago artificiale, e ospita una suggestivo paesaggio di roccia e macchia mediterranea che ho potuto vedere insieme a lui da un affaccio ad Ardauli, dove vive. Anche Gramsci amava questo paesaggio: «Come mi piaceva, da ragazzo, la valle del Tirso sotto San Serafino! Stavo ore e ore seduto ad ammirare quella specie di lago che il fiume formava proprio sotto la chiesa, per il nesserzu costruito più a valle, a vedere le gallinelle che uscivano dai canneti tutto intorno a nuotare verso il centro, e i salti dei pesci che cacciavano le zanzare».
Entrando, appena varcata la soglia della casa lungo il corso Umberto, in basalto come tutte quelle del paese nel centro storico di Ghilarza, che prosegue dalla piazzetta che porta il suo nome, motivo di una polemica alimentata dai notabili democristiani all’epoca dell’intitolazione, sulla destra ci s’imbatte con l’immagine icona che di Gramsci si è fissata nell’immaginario di più generazioni di militanti politici. Il primo colpo d’occhio, infatti, coglie il ritratto in bianco e nero che copre quasi un’intera parete. È scura, mostra un giovane dai capelli alti, folti e neri, gli occhialini ovali senza bacchette, le spesse sopracciglia, il viso largo e le labbra scurite.
Torna in mente una ballata triste del 1973 di un maestro della canzone d’autore, Claudio Lolli, Quello lì (compagno Gramsci), che lo coglie appena arrivato nella Torino operaia nell’autunno del 1911: «Il giorno che arrivò in città fresco dalla Sardegna, per fare l’università/ c’aveva già lui la faccia di chi c’insegna, aveva già/ la sua strana testa grossa e l’aria di uno che ha freddo fin/ nelle ossa. /Io lo sapevo quello lì, me lo sentivo quello lì, che non sarebbe/ andato avanti molto». Lolli restituisce il destino tragico che segnerà tutta la vita del rivoluzionario italiano personificazione e studioso della postura e del ruolo dell’intellettuale nella società, una figura estinta, messa in prescrizione dall’Epoca, così come in Italia è stato dimenticato il suo pensiero da una sinistra che ha abdicato al suo ruolo storico o è diventata testimonianza. Gianluigi mi spiega che il rischio è che la casa da poco diventata monumento nazionale può essere quello della «monumentalizzazione», che neutralizzerebbe la figura radicale del pensatore comunista. La Fondazione Berlinguer, proprietaria dell’immobile, vorrebbe rilanciare il museo tramite una Fondazione, però non si capisce come. «Ma al di là dalle scelte che faranno, l’Associazione continuerà la sua attività» dice, «a cominciare dall’idea di strutturare una Università popolare da fare con altre associazioni gramsciane».
In questa che è solo una casa della memoria, Nino ci arriva a sei anni nel 1898, è un bambino tarmato dal morbo di Pott che tortura la sua schiena, intelligente e vivace. Qui una madre emancipata e colta, «vestita all’europea», Peppina, che troverà posto in paese come ufficiale postale, si prenderà cura dei suoi sette figli dopo che il marito Antonio, figlio di un colonnello della gendarmeria borbonica di origini albanesi impiegato all’ufficio del registro, è stato processato per ammanchi contabili. Nino legge molto, a scuola ottiene sempre il massimo dei voti, ma per via delle condizioni della sua famiglia è costretto a lavorare nell’ufficio del Catasto: «(…) l’istinto di ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare io che avevo preso 10 in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista del negoziante di tessuti …», dirà di quegli anni.
Superato l’ingresso, sulla destra si accede proprio allo studio del capo famiglia, «la camera buona», dove una scrivania dell’epoca è al centro della stanza, e di fronte è riprodotta in un pannello in plexigas una delle struggenti lettere scritte dal carcere da Antonio alla madre, sull’altra parete il ritratto su sfondo rosso del pittore George de Canino. La lettera è del 10 maggio 1928: «La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei dispiaceri alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini» (…), rivela sia lo scopo storico e politico della testimonianza che la sua grande umanità. Uscendo si accede alla cucina con il soffitto a cannitzada e fuori c’è il piccolo cortile.
Al piano superiore contenitori con oggetti, fotografie, ritagli di giornale, i piccoli utensili utilizzati in carcere, il tabacco e i cerini, le immagini delle manifestazioni guidate dagli intellettuali europei per chiedere la sua liberazione, naturalmente gli occhiali e altri oggetti molto preziosi per chi come me (sono 3000 ogni anno) viene qui a fare il suo pellegrinaggio laico, la cassaforte dell’Ordine nuovo e il calco della maschera funebre, quello di un uomo di 45 anni precocemente invecchiato, prostrato dalla reclusione, dall’ipertensione e dalla gotta. Nell’ultima parte una camera da letto, arredata filologicamente con il mobilio dell’epoca.

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