Il revisionismo di Nikita Kruscev

Hélène Carrère d’Encausse, L’uomo che rimosse Stalin e mise a soqquadro l’Unione Sovietica, la Repubblica, 9 febbraio 2005

Rivoluzione delle rose, rivoluzione arancione: i popoli soggetti fino a quindici anni fa all’egemonia sovietica affermano con efficacia la loro disposizione a decidere da soli il proprio destino. La loro energia può essere facilmente contrapposta alla società russa che non manifesterebbe invece – si fa a gara a ripetere – nessuna velleità a ripudiare il suo pesante passato. Questo giudizio precipitoso e alquanto sdegnoso omette di considerare che il segnale che ha dato il via a questi movimenti è partito dalla Russia, esattamente cinquant’ anni fa. è in Russia, nel cuore stesso del sistema, che ha avuto inizio il disgelo. L’8 febbraio 1955 Stalin – morto due anni prima, il 5 marzo 1953, lasciando in vigore un sistema politico apparentemente onnipotente – conobbe una seconda morte, foriera di una vera e propria messa in stato d’accusa davanti alla Storia. La lotta per la sua successione, che durava da due anni e che, dopo l’ estromissione di Beria, aveva visto confrontarsi due uomini, Malenkov e Kruscev, ebbe termine con la vittoria del secondo. Con grande stupore del paese, Malenkov, capo del governo che dal 1952 figurava come il successore designato di Stalin, confessò quel giorno davanti al Soviet Supremo una serie di errori e, quel che più conta, la sua incompetenza ad assumere quella posizione, motivo per il quale rassegnò le dimissioni. Fino a quel punto, la scena non era insolita per il popolo sovietico: l’auto-accusa e le dimissioni condannavano ineluttabilmente il loro autore all’ eliminazione fisica. Ma non accadde nulla del genere. Malenkov continuò a sedere negli organi direttivi del partito e poté a suo piacimento manovrare contro il vincitore, Nikita Kruscev. Quella fu una prima rilevante rivoluzione politica. Per la prima volta dalla scomparsa di Lenin nel 1924, un responsabile politico poteva perdere il potere senza al contempo perdere la vita, senza che i suoi seguaci fossero trascinati con lui nella catastrofe, e poteva invece conservare il suo posto nella società politica. Colui che in quel momento l’ebbe vinta, Nikita Kruscev – personaggio sfavillante [Eric Hobsbawm lo ha definito un diamante grezzo], dal fisico di mugik, dalle battute imprevedibili, responsabile negli anni Trenta del massacro dei contadini ucraini – da quel momento in poi e per circa dieci anni impose la sua autorità e scompaginò tutto il sistema ereditato da Stalin. Senza dubbio, in un primo tempo dovette condividere il potere con il maresciallo Bulganin, successore al governo di Malenkov. Ma questo personaggio insignificante non poté né eclissare né opporsi alle sue iniziative, che furono, nell’anno 1955, cariche di conseguenze. Prima di tutto Kruscev promise e accelerò l’apertura dei gulag già iniziata da Beria nel 1953 che, odiato da tutta l’Unione Sovietica, aveva cercato di sostituire alla sua immagine di persecutore di un paese quella di liberatore. Da allora alcuni deportati erano stati liberati, ma il loro numero rimaneva esiguo (appena centomila) rispetto agli oltre otto milioni di prigionieri. E soprattutto, una volta liberati, non si ritrovavano affatto nella condizione di uomini liberi dotati di diritti. Il 10 marzo 1955 – misura rivoluzionaria – tutti i vecchi condannati liberati e solitamente obbligati a risiedere in un certo posto ricevettero il diritto di avere un passaporto, ovvero lo statuto giuridico di cittadino. Due mesi più tardi fu proclamata un’amnistia a vantaggio di tutti coloro – individui e popoli – che erano stati condannati per collaborazionismo con i tedeschi durante la guerra. Amnistia non significava ancora riabilitazione, ma quanto meno restituiva alla libertà centinaia di migliaia di sovietici che avrebbero potuto testimoniare il carattere arbitrario dello stato sovietico. Fuori dai confini dell’ Unione Sovietica, Kruscev portò al tempo stesso delle incredibili bordate al sistema esistente. Prima di tutto in Austria, dove il 15 maggio la firma del trattato di pace consacrò l’ indipendenza del paese che le truppe sovietiche abbandonarono immediatamente. L’impensabile accadde. L’ occupazione del 1945, presentata come definitiva e necessaria per una trasformazione politica radicale, era giunta al termine. Gli altri popoli diventati comunisti a causa dei carri russi potevano cominciare a sperare in un destino uguale. La firma del trattato era stata preceduta alla vigilia da un atto contrario, la creazione del Patto di Varsavia. Ambiguità della politica di Kruscev, che al tempo stesso creava un’ entità militare unificata, derivante dalle conquiste staliniste, e rinunciava a una delle sue acquisizioni. La questione si ripeté un mese più tardi in Jugoslavia. Il 26 maggio 1955 Kruscev sbarcò a Belgrado alla testa di un’ importante delegazione, ma soltanto lui prese la parola e quindi l’ iniziativa di quella che sarà un’ autentica rivoluzione ideologica. A priori, quel viaggio non doveva annunciare alcuna sorpresa, anche se almeno nella forma comportava una concessione. Stalin aveva avuto l’ abitudine di convocare i capi comunisti a Mosca, talvolta di farli uccidere, ma mai di andarli a trovare di persona. Soltanto Tito aveva opposto resistenza a questi inviti, e continuò a farlo con Kruscev. Questi, desideroso di mettere fine al conflitto, accettò di viaggiare e di andare fino a Belgrado, sperando così di ammorbidire il suo interlocutore. E fu lì, a Belgrado, che accadde l’imprevisto. Poiché Tito si rifiutava di fare la pace fino a quando l’Unione Sovietica non avesse accettato di riconoscersi responsabile del conflitto, Kruscev finì col cedere. Ammise così che il suo paese aveva tutti i torti, che Tito, contrariamente a quello che Mosca aveva ripetuto costantemente dal 1948, era davvero il capo comunista di uno Stato comunista e non aveva mai deviato dal cammino ortodosso, che l’ ideologia era comune ai due Stati ed essa – non più dell’ autorità derivata dalla rivoluzione russa o del peso ineguale dei due paesi – non legittimava l’ Unione Sovietica ad alcuna ingerenza o autorità sulla Jugoslavia. Kruscev riconobbe inoltre che la natura ideologica dei sistemi non modificava affatto i rapporti che esistevano tra gli Stati. Anche se tentò inutilmente di giustificare il conflitto come un complotto fomentato dalla “spia Beria” e dall’ imperialismo – spiegazioni che Tito liquidò subito – quello che Kruscev riconosceva nei fatti era la disfatta dell’ ideologia, il fallimento dell’ Unione Sovietica sul piano internazionale come sul piano interno, a dispetto del comunismo che, almeno in teoria, avrebbe dovuto preservarla da tali errori. L’ infallibilità del Partito Comunista era dunque messa in discussione tanto quanto la sua legittimità a guidare gli uomini e i popoli. Di ritorno a Mosca, Kruscev, autore di questa drammatica revisione, fu accusato da coloro che si richiamavano all’ ortodossia – il ministro Molotov in testa – e che facevano valere la loro natura di vecchi bolscevichi vicini a Lenin. Si poté allora misurare la potenza di Kruscev, nonché la serietà delle nuove pratiche di distensione nelle lotte per il potere. Molotov, accusato di aver compreso in modo insoddisfacente l’ideologia, come Malenkov prima di lui fu risparmiato ed esentato da qualsiasi rappresaglia. La politica era passata dalla brutalità implacabile a un certo grado di civiltà. Molotov non sbagliò quando affermò ripetutamente, nel corso di alcune interviste realizzate negli anni Sessanta, che «la distruzione del sistema non è cominciata con il XX congresso, bensì un anno prima, nel 1955». Il bilancio di quell’anno fu sbalorditivo: un’accelerazione della liberazione che restituiva alla vita civile le vittime di Stalin, ossessionate dalla volontà di denunciarne gli arbitri per impedirne il ritorno. Il riconoscimento della violenza imposta ai partiti e ai paesi amici, soprattutto in un caso che Kruscev sperò fosse isolato, ma di cui in effetti gli altri paesi satelliti erano già pronti a impossessarsi a loro beneficio. E ancora, la constatazione che l’Unione Sovietica non poteva in alcuni casi rimettere in discussione le proprie conquiste, e infine la drammatizzazione della lotta per il potere. In quest’ ultimo capitolo Kruscev ebbe molto da guadagnare: più o meno rassicurati sul loro destino futuro in caso di sconfitta, i suoi avversari si agitarono così tanto da diventare meno disperatamente combattivi e da lasciargli spianata la strada, talvolta, poiché lo consideravano meno pericoloso dei possibili candidati al potere assoluto. In quell’anno decisivo, Kruscev risvegliò speranze enormi nelle quali ripose la propria legittimità. Se avesse deluso quelle speranze, i suoi avversari non avrebbero tardato ad appropriarsi dello scontento generale per poterlo stroncare. La sua intuizione e la volontà di imporsi definitivamente lo guidarono verso quella che divenne la conseguenza logica delle parziali rotture con lo stalinismo: la rimozione della statua di Stalin nel corso del XX Congresso.  Traduzione di Anna Bissanti

http://www.barbadillo.it/30589-vittorio-strada-krusciov-luci-e-ombre-leader-sovietico/

Khrushchev And Tito
Soviet premier Nikita Khrushchev (right) and Yugoslavian president Josip Tito on the ship Podgorka on a sightseeing tour along the Istrian coast. (Photo by Keystone/Getty Images)
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...