Inquietudini da progresso tecnico?

Nelle ultime settimane, grazie ad articoli scientifici o di pura cronaca, inchieste televisive e interventi estemporanei nei talk show, si è cominciato a parlare con frequenza del tema dello sviluppo di artefatti elettronici dotati di capacità cognitive molto vicine a una compiuta Intelligenza Artificiale. La questione verte almeno su due principali  argomenti di discussione: uno è di tipo “filosofico” e riguarda i rischi che l’umanità potrebbe correre a causa dello sviluppo “autopoietico” di macchine pensanti o che agiscono in modo “empatico” con gli umani http://www.lastampa.it/2016/09/14/scienza/tuttoscienze/tutto-il-sesso-che-sar-meglio-non-fare-con-un-robot-3vjLe3lUdsjfUp0p48t2IP/pagina.html. Ci si potrà innamorare di una macchina, ovvero di un programma software che interpreta, anticipa, soddisfa i nostri più intimi bisogni? O saremo solo sempre più ossessionati da proposte commerciali che su quei bisogni, attraverso opportuni algoritmi, costruiranno un profilo di consumatore onnivoro? O avverrà che le macchine prendano il potere e ci riducano a schiavi dipendenti/obbedienti?

L’altro argomento è di segno economico e riguarda la (concreta) possibilità che macchine di questo tipo -i robot, per intenderci- possano sostituire sempre di più gli uomini in attività lavorative, sia manuali che intellettuali, a una velocità inattesa, creando un crollo inimmaginabile della domanda di lavoro, soprattutto, come è ovvio, nei paesi più avanzati che di questi tempi stanno già attraversando una crisi economica pesantissima http://www.economist.com/news/leaders/21701119-what-history-tells-us-about-future-artificial-intelligenceand-how-society-should. I lavori perduti, resi rapidamente obsoleti sia dalla velocità di elaborazione delle macchine, sia dalla loro capacità di indurre innovazione nei processi di produzione e progettazione di nuovi prodotti/servizi, non sarebbero più sostituiti, essendo stati resi del tutto inutili. E il tempo per riciclare saperi e competenze di persone  in genere non più giovanissime non potrebbero tenere il passo con le esigenze materiali di chi ha perduto il lavoro. Né potrebbero essere affrontati da programmi di welfare generalizzati al centro di una politica economica fortemente ridistribuiva capace di  drenare risorse per sostenere l’ampiezza inusitata della disoccupazione. Ma questa forzata liberazione dal lavoro sarà per la nostra società una terribile minaccia, l’avvio di una decadenza  senza fine  o una incredibile opportunità per il nostro sviluppo intellettuale, culturale, per la nostra salute e felicità?

Pura fantascienza o concreta possibilità, certo è che i progressi in questo campo sono oggi facilmente immaginabili se non concretamente prevedibili. I timori che questo scenario ingegnera sono  seri, importanti e varrebbe la pena di soffermarsi su tutte le implicazioni che lo sviluppo di macchine intelligenti porta con sé. Senza dimenticare, però, che la paura del progresso tecnico è sempre stata  presente durante la storia dell’umanità, ma è sempre stata sconfitta dall’istinto di sopravvivenza degli umani, soprattutto se sorretto dalla  capacità di conciliare l’hubris progressista con una robusta etica della responsabilità.

 

(l’immagine che abbiamo utilizzato è tratta da:http://laschiavitudellavoro.blogspot.it/2015/09/riparatori-di-ingiustizie-ecco-chi.html)

 

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Un pensiero su “Inquietudini da progresso tecnico?

  1. quando la scienza tallonata da esigenze di tipo economico sconfina nei territori dell’etica è quasi sempre un problema. il futuro per quanto mi riguarda è distopico

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