Il destino storico della poesia

Alfonso Berardinelli, Infinito in quindici endecasillabi, Il Sole 24ore domenica 18 settembre 2016

… Dopo essere stata nel XX secolo al centro della cultura letteraria e degli interessi di chiunque si chiedesse «che cos’è la letteratura», la poesia scritta da autori nati dopo il 1940 è ridotta a una sopravvivenza marginale. Questo è dovuto senza dubbio anche all’indifferenza della critica e all’insipienza degli editori. Ma la causa è nel fatto che per riconoscere il valore, la qualità, la rilevanza e la stessa esistenza o meno di un poeta non si sa più quali argomenti e criteri usare. Criteri e argomenti condivisi non ce ne sono, di formazione del gusto è vietato parlare, e quindi qualunque giudizio critico competente può essere ritenuto del tutto arbitrario da chiunque, per qualunque ragione, non lo condivida.

La lirica non è più un’“arte anacoreta” (come diceva Benn) né un uso autoriflessivo del linguaggio (come voleva Jakobson), ma un genere letterario autistico benché largamente praticato. Lo dimostra tra l’altro la stravagante attrazione che circola negli ambienti poetici per il genere di filosofia più gergale e tautologia: l’ontologia. Non c’è rivista di poesia che non esibisca Heidegger come santo protettore. È un guaio, una vera trappola. Un cercare di essere poeticamente senza vedere che dentro l’essere si spalanca il nulla, dato che l’uno e l’altro sono impensabili e indicibili.

Si tratta invece di attenersi ai testi, al loro funzionamento, alla loro leggibilità, alle tecniche verbali, all’energia e vitalità linguistica, mimetica, espressiva, cognitiva, ludica di ogni singola poesia. La poesia ha sempre dimostrato che con la lingua si possono fare molte cose diverse, anche le acrobazie più sorprendenti. Si può dire moltissimo in un paio di versi o quasi niente in un libro intero. Si può riflettere, sognare, scherzare, inveire, raccontare. Proprio per questo, scrivendo poesia, anche fallire e barare è più facile e meno evidente che scrivendo saggi o romanzi. In mancanza di regole, in assenza di una comunità di lettori competenti e appassionati e di critici esigenti, per la poesia il rischio di autodistruggersi è sempre prossimo. Eppure in quindici endecasillabi si può parlare, come Leopardi, dell’infinito. Usando solo un esametro e un pentametro, come Catullo, si può scoprire che l’amore può diventare odio, o che il grande Giulio Cesare non ha niente di interessante per chi vive di amicizie e non ha mire politiche. Ungaretti, in due parole e un a capo, si è illuminato d’immenso pur essendo un soldato in guerra. Majakovskij e Brecht hanno scritto in versi dei comizi comunisti. Auden in otto terzine ha riassunto l’universo dalla Galassia al sistema solare, fino alla vita zoologica e a quella umana, dal concepimento all’angoscia morale.

Concluderei con un po’ di pragmatismo. Il vero vuoto che rende ineffettuale la poesia, più ancora che la mancanza di lettori, è la mancanza di lettura, l’incapacità di leggere, l’assenza di passione per la lettura di poesia e infine, soprattutto la mancanza nei poeti di quella che chiamerei la «passione di essere letti». Chi non vuole essere davvero letto, chi non vede, non prevede, non sente mentalmente la presenza di un lettore che sia almeno un suo pari e che lo giudichi, non potrà che scrivere cose illeggibili, scrittura che fa a meno della lettura perché non la sente necessaria, non la chiede e non la teme.

Gli autori di poesie spesso oggi si lamentano perché non sono letti e non sono recensiti. Mostrano di non sapere che essere letti è un rischio, oltre che un piacere e un privilegio (mai un diritto). Se il lettore è una presenza reale e non un fantasma, cari poeti, vi giudicherà. Perciò (direbbe Apollinaire) «poveri poeti, lavoriamo», se avete in mente qualcosa che meriti di essere messo in versi. Del resto sono i versi che inventano le cose da dire nel come dirle. Leggetevi, provate a leggervi quando scrivete. I lettori che cercate esistono o non esistono nel vostro modo di scrivere.

°°°

Emiliano Morreale

Quando Truffaut intervistò Hitchcock e nacque il cinema come lo conosciamo
Il libro edito da Laffont nel 1966 fu una rivoluzione, un punto di non ritorno per generazioni di cinefili

la Repubblica, 24 settembre 2016

… se non altro torna d’attualità la lezione di fondo: in un’epoca in cui le scuole di scrittura insegnano schemi narrativi scolastici e le serie propongono il primato della narrazione sulla messa in scena, dello showrunner sul regista, il dialogo tra Hitchcock e Truffaut ci ricorda l’inscindibilità di contenuto e forma, l’importanza di un punto di vista sul mondo che si esprime attraverso lo stile e la maniera di guardare le cose, in una continua dialettica tra l’individualità creatrice e il sistema produttivo.

Annunci

2 pensieri su “Il destino storico della poesia

  1. Ciò che scrive Alfonso Belardinelli mi sembra ugualmente valido per gli autori di opere di narrativa e “scrittura creativa”. Proliferano i corsi di quest’ultima, creando un nuovo tipo di lavoro intellettuale: l’insegnamento di scrittura creativa. E mentre tonnellate di racconti e romanzi e libri di poesia vivono la breve vita che intercorre dalla prima all’ultima presentazione al pubblico, gli autori hanno sempre meno tempo per leggere, per leggersi, per rendersi conto di come e cosa sta cambiando il mondo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...