Silvana Mangano

«È romana, ha 17 anni, il viso e i capelli della Venere
di Botticelli ma un’espressione più fiera, dolce e fiera insieme,
occhi oscuri, un incarnato terso e limpido senza ombre né luci,
spalle che si aprono con una dolcezza da cammeo, un busto di
ardita armonia di linee trionfali e aeree, la vita come uno stelo snello, e
un mirabile ritmo di curve piene e di arti longilinei».

Italo Calvino, “l’Unità” del 14 luglio 1948

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Riso amaro
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Peter Basch, Silvana Mangano, foto degli anni Cinquanta

Mangano, Silvana

Attrice cinematografica, di padre siciliano e di madre inglese, nata a Roma il 21 aprile 1930 e morta a Madrid il 16 dicembre 1989. Tra le interpreti più importanti del cinema nazionale del secondo dopoguerra, con la sua bellezza altera e aggressiva, una figura longilinea e sinuosa e un volto severo e inquieto, divenne una delle icone femminili del Neorealismo italiano nel mondo in seguito all’interpretazione del melodramma di Giuseppe De Santis Riso amaro (1949), che le valse una carriera di attrice in produzioni internazionali altamente spettacolari nel corso degli anni Cinquanta. Con il passare degli anni e un progressivo discostarsi dall’attività, la figura della bella selvaggia lasciò il passo a un’immagine di maggior spessore drammatico di donna criptica ed elusiva, che fu esaltata da autori di grande valore poetico come Pier Paolo Pasolini in Edipo re (1967) e in Teorema (1968), e Luchino Visconti in Morte a Venezia (1971), che le valse nel 1972 il Nastro d’argento. La M. vinse tre volte il David di Donatello: nel 1963 per Il processo di Verona di Carlo Lizzani, grazie al quale nel 1964 ebbe anche il Nastro d’argento, nel 1967 per La Terra vista dalla Luna di Pasolini, episodio del film collettivo Le streghe, e nel 1973 per Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini. Dopo due iniziali esperienze cinematografiche con ruoli marginali in film in costume, la prima nel mediocre L’elisir d’amore (1947) di Mario Costa da G. Donizetti, la seconda nel giallo di ambientazione umbertina Il delitto di Giovanni Episcopo (1947) di Alberto Lattuada, adattamento del romanzo di G. D’Annunzio, fu scelta da Giuseppe De Santis per il ruolo di protagonista del torbido melodramma di ambientazione proletaria Riso amaro, dove recitò accanto all’astro nascente Vittorio Gassmann e a Raf Vallone, e conobbe il futuro marito, il produttore Dino De Laurentiis. Il ruolo della mondina Silvana, indipendente, sprezzante e sensuale, portatrice di una bellezza conturbante e fiera destinata alla tragedia, le valse l’immediato riconoscimento internazionale come uno dei maggiori simboli della femminilità neorealista. Nelle prove successive la M. dimostrò un talento multiforme che le permise di interpretare dapprima due ruoli di diverso tenore accanto al divo del melodramma italiano Amedeo Nazzari, quello della figlia in Il lupo della Sila (1949) di Duilio Coletti, e quello della compagna in Il brigante Musolino (1950) di Mario Camerini, versione romanzata di un fatto di cronaca dei primi anni del Novecento, poi nel solido melodramma Anna (1951) di Lattuada, di nuovo accanto a Vittorio Gassmann e a Raf Vallone, la parte di una sensuale ballerina di nightclub divenuta suora crocerossina al fine di arginare il senso di colpa per aver causato, con la sua indecisione tra due uomini che la amavano, la morte di uno per mano dell’altro. Di tutt’altro spessore poetico è il film che la M. interpretò successivamente e che le valse nel 1955 il Nastro d’argento: l’episodio Teresa di L’oro di Napoli di Vittorio De Sica (1954), bozzettistico collage della città partenopea, tra comico e drammatico, tratto dai racconti di G. Marotta, tutto giocato con maestria dalla M. sui silenzi e sugli sguardi accorati della giovane e bella prostituta romana sposata, illusa e umiliata per motivi opportunistici da un debole giovane napoletano di buona famiglia. Nello stesso anno, l’attrice prese parte a due grandi coproduzioni internazionali di taglio spettacolare, che ne consolidarono la fama nell’ambiente hollywoodiano: fu una convincente Penelope nella colossale riduzione dall’Odissea di Mario Camerini intitolata Ulisse, con Kirk Douglas protagonista, e fece epoca nella danza sensuale che è al centro del peraltro esile Mambo, girato in Italia dallo statunitense Robert Rossen, dove l’attrice tornò a duettare maliziosamente con Vittorio Gassman. Molto diversa l’ambientazione tra le montagne abruzzesi, tra western rusticano e dramma sentimentale, di Uomini e lupi (1957) di De Santis, dove recitò, con Yves Montand e Pedro Armendáriz, la parte di una vedova sedotta dal coraggio di un cacciatore di lupi, come anche quella in cui affronta il suo primo ruolo di donna sofisticata (diventato nel tempo l’approdo della sua innata eleganza), nel dramma a sfondo coloniale che il francese René Clément trasse dal romanzo di M. Duras La diga sul Pacifico (1957). Qui è la figlia di una proprietaria terriera nell’Indocina francese, che insieme al fratello (Anthony Perkins) porta avanti con impeto il sogno di bonifica delle terre della madre defunta. L’anno successivo partecipò al solido melodramma in costume, di nuovo per la regia di Lattuada e tratto dai racconti di A.S. Puškin, La tempesta, nel ruolo del celebre personaggio letterario della ‘figlia del capitano’, Maša; diretta poi da Mario Monicelli, fu interprete di uno dei ruoli più leggeri e completi della sua carriera, quello della prostituta Costantina al seguito delle truppe italiane nella loro eroicomica diaspora in La grande guerra (1959). Protagonista con Jeanne Moreau e altre giovani attrici della vicenda di cinque donne iugoslave accusate di collaborazionismo e unitesi ai partigiani italiani in Jovanka e le altre (1960), film diretto in Italia dallo statunitense Martin Ritt, prese parte alla riuscita commedia ambientata a Montecarlo Crimen (1960) diretta da Camerini, per poi tornare a lavorare con De Sica nelle vesti della signora Matteoni, in quello che forse è il più surreale dei film scritti dal regista con Cesare Zavattini: Il giudizio universale (1961). Dopo una breve apparizione in Una vita difficile (1961) di Dino Risi, partecipò nel ruolo di Rachele a un altro kolossal in costume prodotto da De Laurentiis, l’evangelico Barabba (1961), con Anthony Quinn, diretto da Richard Fleischer, mentre interpretò il ruolo drammatico della figlia di Mussolini, Edda Ciano, nella ricostruzione storica Il processo di Verona di Carlo Lizzani. In coppia con Alberto Sordi tratteggiò con virtuosismo e ironia i piccoli inferni delle nevrosi coniugali nel film a episodi La mia signora (1964) diretto da Tinto Brass, Luigi Comencini e Mauro Bolognini e nell’originale Il disco volante (1964) di Brass. Dopo un nuovo periodo di assenza dal set, diede un’eccellente prova come protagonista dei cinque episodi di Le streghe diretto da Visconti, Bolognini, Pasolini, Franco Rossi e De Sica, passando dai toni sofisticati e sprezzanti della signora a quelli enigmatici e svampiti della bella muta che va in sposa a Totò nell’episodio La Terra vista dalla Luna. Fu quello il periodo in cui la M. impose alla sua carriera un drastico mutamento di rotta: cominciò a lavorare sempre più di rado, abbandonando le produzioni commerciali per partecipare unicamente a sodalizi con autori di progetti di indubbia qualità artistica. Tra coloro che meglio seppero sfruttare il lato umbratile e materno della sua bellezza vi fu Pasolini, che la rese straordinaria Giocasta del suo Edipo re, incarnazione della sessualità repressa della donna altoborghese nel controverso affresco familiare di Teorema, e giottesca Madonna in Il Decameron (1971), mentre Visconti, con il quale l’attrice girò tre dei suoi film più torbidi e decadenti, la volle madre del giovinetto Tadzio di Morte a Venezia , nel ruolo di Cosima von Bülow nella delirante vicenda del principe di Baviera Ludwig (1972), e in quello della ricca e perversa marchesa Biamonti, affittuaria della casa in cui si svolge la vicenda di Gruppo di famiglia in un interno (1974), riuscendo a mettere in luce il fascino ambiguo della sua bellezza schiva e scostante. Una riuscita parentesi dai toni comici e amari fu infine il ruolo della popolana Antonia in Lo scopone scientifico (1972), tardivo capolavoro di Comencini, dove la M. tornò a recitare insieme ad Alberto Sordi la rovinosa passione per il gioco delle carte, con una partner d’eccezione, Bette Davis. Ritiratasi per una decina d’anni dalle scene, partecipò amichevolmente alla produzione americana della figlia Raffaella De Laurentiis, Dune (1984), film fantascientifico d’autore diretto dal visionario David Lynch, e lasciò un ultimo, indelebile ricordo della sua malinconica dolcezza femminile in Oči čërnye (1987; Oci ciornie), che il sovietico Nikita S. Michalkov trasse da alcuni racconti di A.P. Čechov, interpretando la parte della moglie del protagonista (Marcello Mastroianni). Dopo la separazione dal marito Dino De Laurentiis (1983), si trasferì dapprima a Parigi e successivamente (1985) a Madrid, dove si spense.(Serafino Murri, Treccani)

G. Cimmino, S. Masi, Silvana Mangano: il teorema della bellezza, Roma 1994; T. Kezich, A. Levantesi, Dino, Milano 2001.

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