Immagini e parole per un concerto

L’OROLOGIO MUSICALE DEL NOVECENTO

Inizio secolo Giovedì 13 ottobre, ore 19.00, via del Carmine 14, Torino

Due brani agli antipodi. Da una parte la Rapsodia piemontese del torinese Leone Sinigaglia, ancora inserita nel solco della tradizione dialogica brahmsiana. Dall’altra i Tre pezzi per quartetto d’archi del russo Igor Stravinsky, già concepiti nello spirito del più audace sperimentalismo. La trasognata poetica tardo romantica del compositore di Cavoretto e la creatività rivoluzionaria del genio chirurgico della modernità, due universi inconciliabili. Goethe vedeva nel quartetto un “discorso tra persone ragionevoli”. Stravinsky manda tutto a gambe all’aria!

Riccardo Rosso violino

Xenia Ensemble
Adrian Pinzaru violino
Eilis Cranitch violino
Mizuho Ueyama viola
Claudio Pasceri violoncello

Programma:
Leone Sinigaglia  Rapsodia Piemontese per violino e archi op.26
Igor Stravinsky Tre pezzi per quartetto d’archi

IMMAGINI E PAROLE

Stefan Zweig, Il mondo di ieri (1942)

Che cosa hanno veduto mio padre, mio nonno? Ciascuno di essi ha vissuto un’unica volta, un’unica esistenza dal principio alla fine, senza vette e senza cadute, senza scosse né pericoli; una vita di piccole emozioni, di inavvertiti passaggi; l’ondata del tempo li ha portati con ritmo regolare dalla culla alla tomba. Han vissuto sempre nello stesso paese, nella stessa città e quasi sempre persino nella stessa casa; quel che accadeva fuori nel mondo non si svolgeva in fondo che nel giornale e non batteva alla porta della loro camera. Ai tempi loro in qualche punto del mondo si combatté bensì una guerra ma, commisurata alle dimensioni odierne era una guerricciola, si svolgeva lontano dai confini, non si sentivano le cannonate, e dopo sei mesi era finito, dimenticato, ridotto foglia secca della storia mentre riprendeva la solita monotona vita. Noi invece tutto sperimentammo senz ritorno, nulla restò nel passato, nulla si ripeté; a noi toccò il privilegio di partecipare al  massimo a ciò che la storia suole suddividere con parsimonia su un paese, su un secolo. Ma noi che abbiamo oggi sessant’anni, e che de jure avremmo ancora un certo tempo da vivere, che cosa non abbiamo veduto, non sofferto? Abbiamo percorso da cima a fondo il catalogo di tutte le catastrofi pensabili – e non siamo giunti ancora all’ultima pagina. Inerme e impotente dovetti essere testimone  della inconcepibile ricaduta dell’umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece col suo potente e programmatico dogma di anti-umanità. A noi fu riserbato di vedere, dopo secoli e secoli,  guerre senza dichiarazioni di guerra, ma con campi di concentramento, torture, saccheggi e bombardamenti sulle città inermi, di vedere cioè orrori che le ultime cinquanta generazioni non avevano più conosciuto e che quelle future è sperabile che non più tollereanno. D’altra parte, quasi per paradosso, nello stesso periodo in cui il nostro mondo regrediva moralmente di un millennio, ho veduto la stessa umanità raggiungere mete inconcepite nel campo tecnico e intellettuale, superando in un attimo quanto non era stato fatto in milioni di anni: la conquista dell’aria con l’aeroplano, la trasmissione della parola umana nello stesso secondo per tutto l’universo, cioèil superamento dello spazio, la disgregazione dell’atomo, la guarigione delle più subdole infermità, la quasi quotidiana attuazione insomma di quanto ieri era inattuabile. Mai fino ad ora l’umanità nel suo insieme si è comportata più satanicamente, mai d’altra parte ha compiuto opere fatto così prossime a Dio.

 

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Giuseppe Giacosa, Una partita a scacchi (1873)
Allora tu [dell’armi infra i disagi grevi]
Santa della famiglia religion splendevi.
Allor, scoperto il capo e muti i circostanti,
Il Padre, il vecchio, il sire, colle mani tremanti
Benediceva al figlio, padre a sua volta, ed era
Quell’atto più solenne di qualunque altra preghiera.
E sapeva il vegliardo, chiudendo a morte il ciglio,
Che presso alla sua tomba c’era un marmo pel figlio,
E che il figlio del figlio, lattante bambinello,
Dell’avo un dì sarebbe sceso anch’ei nell’avello;
E pareva dicesse con sorriso estremo:
Non sospiri, non lacrime, un dì ci rivedremo.
Guido Gozzano, La signorina Felicita ovvero la Felicità (1911)
Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga….
les-demoiselles-davignon
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