Cosa farà Trump

Quella di Zingales è un’opinione tra le altre. Ha il vantaggio della chiarezza. Su diversi punti appare discutibile. Resta una buona base di confronto in attesa di nuovi dati e in vista di altri interventi.

Luigi Zingales, La via alla crescita e i rischi per l’Italia, Il Sole 24ore, 13 novembre 2016

Dalla notte di martedì, non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero si domandano quale tipo di presidente sarà Donald Trump: Reagan o Mussolini, Nixon o Berlusconi. Questo interrogativo si  pone per ogni neoeletto presidente.

Quello che è diverso nel caso di Trump è l’incertezza alimentata da tre fattori. Trump è il primo presidente degli Stati Uniti che non ha alcuna esperienza politica o militare. Quindi non c’è una storia a cui guardare. Se non bastasse, in campagna elettorale Trump ha dimostrato un’estrema disinvoltura nel cambiare posizione, negando addirittura quello che aveva affermato poco prima. Per finire, il suo programma elettorale è stato straordinariamente vago e – in alcuni punti – contraddittorio con quello del Partito Repubblicano che dovrà sostenerlo alla Camera o al Senato.

Nonostante la carenza di informazioni ci sono alcuni tratti caratteristici del nuovo presidente che possono essere utilizzati per capire come si comporterà Trump. Il primo è una mancanza di un forte contenuto ideologico. Reagan era motivato da forti principi, che poi adattava alle situazioni con spirito pragmatico. Trump, invece, cerca innanzitutto il consenso e poi tenta di adattare le sue posizioni a un’ideologia conservatrice del partito Repubblicano con totale cinismo.

Il secondo tratto caratteristico di Trump è un enorme ego che lo spinge verso una ricerca spasmodica del successo a tutti i costi. Tutti i politici cercano di essere rieletti, ma Trump farà della sua rielezione la stella polare del suo primo mandato. Tutto sarà sacrificato su questo altare.

Infine c’è c’è molto da imparare dalla sua esperienza più che di imprenditore (sarebbe un’offesa alla categoria), io lo definirei un “palazzinaro”. Il settore delle costruzioni è uno dei più corrotti di tutti gli Stati Uniti.Un settore dove i soldi si fanno con scaltre negoziazioni, più che con capacità gestionali e innovazione. Non a caso il libro di Trump si intitola “L’arte del deal“, ovvero dell’affare.

Proprio partendo da quest’attenzione spasmodica all’affare, possiamo cercare di immaginare quali saranno i primi passi di Trump in politica estera. Cercherà unaccordo con la Russia in Medio Oriente, in cambio di un’eliminazione perprocura dell’Isis. Cercherà anche un accordo con la Cina. Chiederà ai cinesi delle restrizioni volontarie sull’export (come fece Reagan con il Giappone), offrendo in cambio alla Cina mano libera (sia in termini commerciali che militari) in Asia. Entrambi questi accordi scambiano un vantaggio immediato con un costo futuro. Ma per Trump l’orizzonte è la rielezione tra quattro anni, tutto quello che potrebbe succedere dopo è irrilevante.

Dove Trump manterrà la sua promessa elettorale è nella costruzione del muro con il Messico. Si tratta di un’opera relativamente economica ($ 600 milioni), dagli enormi effetti mediatici e con nessun effetto pratico. Insomma un grande spottone elettorale.

Più complesse saranno le sue scelte in politica economica. In campagna elettorale Trump ha usato toni molto populisti, promettendo una reintroduzione della separazione tra banche d’affari e banche d’investimento (un’idea odiata dall’industria finanziaria) e un blocco della fusione tra ATT e Time-Warner, rispolverando i fasti dell’antitrust addormentata da decenni (un’idea odiata da tutte le grandi imprese). Ma ha anche promesso di abolire la nuova regolamentazione finanziaria ela riforma sanitaria di Obama (idee molto apprezzate nel mondo del business), anche se di quest’ultima sembra ora che voglia mantenere alcuni aspetti.

La mia previsione è che lungi da essere un novello Andrew Jackson (il più populista tra i presidenti americani che arrivò ad abolire la banca centrale), su questo fronte Trump sarà molto più simile a George W. Bush, pur continuando a usare la retorica populista per motivi elettorali. La mia conclusione si basa sull’entourage di persone che lo circonda, ma anche sulla sua necessità di supporto all’interno dell’establishment del Partito Repubblicano. Trump è stato eletto quasi contro l’establishment del suo partito,ma ora ha bisogno del suo sostegno per far approvare qualsiasi legge. Quindi nello spirito del deal a tutti i costi, Trump sarà ben lieto di abbandonare l’idea di rendere il sistema più giusto per comprarsi il consenso dei parlamentari repubblicani sul punto del suo programma economico cui tiene maggiormente: un aumento della spesa in infrastrutture.

Guido Olimpio

Campagna Usa e’ finita. Trump ha detto tante cose, ora esponenti repubblicani le stanno correggendo o modificando per renderle potabili. Tra qualche mese avremo la “media” del programma. Questo sara’ il processo in corso con il pendolo tra i duri e puri con i quali ha vinto le elezioni e l’establishment che c’e’, esiste, a prescindere dal presidente. Aspettiamo.

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