Se vince il No

Al referendum. e per ciò che riguarda gli sviluppi politici conseguenti, la scelta vera non è tra dentro o fuori Renzi. Il politico toscano è destinato a restare sulla scena. Se vince il sì, continuerebbe a fare il presidente del Consiglio. Se vince il No, si ridurrebbe probabilmente a essere solo il segretario del Pd. Poi molto dipende da come e quanto perde il sì. Conterà la percentuale degli astenuti come conterà lo scarto rispetto al No. In ogni caso ci sarà oltre al partito di Renzi un altro perdente certo, il Movimento 5 stelle. Con la vittoria del No, si andrebbe verso un abbandono più netto del maggioritario. Se non muteranno molto i rapporti di forza tra i partiti, il risultato ultimo potrebbe essere un ritorno prudente al proporzionale, con Berlusconi che farebbe da ultima stampella al renzismo claudicante. (Giovanni Carpinelli)

Massimo Franco, Corriere della Sera, 18 novembre 2016

I mercati finanziari vedrebbero una conferma di un «trumpismo» che contagia anche l’Italia: sebbene con Donald Trump alla Casa Bianca sia difficile prevedere quali effetti produrrebbe una vittoria del No. È più facile scommettere che in quel caso Matteo Renzi si presenterebbe dimissionario al Quirinale. E non soltanto perché lui stesso l’ha dichiarato o fatto capire più volte, con una miscela di imprudenza e di ingenuità. Il problema è che, se non lo facesse, rimarrebbe a Palazzo Chigi alla guida di un governo finito: non solo non eletto, ma logorato dal voto chiesto da lui. Avere inchiodato per trenta mesi il Paese per approvare riforme bocciate dal popolo lo delegittimerebbe senza appello.

Un esecutivo a tempo

In quel caso, il tragitto più verosimile sarebbe un altro governo chiamato a chiudere la legge di stabilità e a rimodellare il sistema elettorale: l’Italicum approvato a colpi di fiducia, ultimamente è stato definito un pasticcio pericoloso dallo stesso Pd. A quel punto si tratterebbe di capire in quale direzione andrebbe la riforma, e quanto occorrerebbe per approvarla. Nell’ottica renziana, col No vincente bisognerebbe impedire al Parlamento di andare avanti oltre la primavera del 2017. Dunque, il vertice attuale del Pd permetterebbe la formazione di un esecutivo per un periodo e con un obiettivo limitatissimi; e farebbe pesare i numeri in Parlamento per ottenere lo scioglimento delle Camere e un voto quanto prima, con Renzi saldamente leader del partito. Solo così marcherebbe la diversità virtuosa del suo esecutivo, e l’impossibilità di sostituirlo.

I nodi nel Pd

Tempi più lunghi significherebbero la riapertura dei giochi tra i Democratici, con un esito imprevedibile per un segretario-premier indebolito dall’esito referendario. Renzi sa bene di essere incontrastato negli organi del Pd. Nei gruppi parlamentari, invece, eletti nel 2013 sotto la gestione di Pier Luigi Bersani, la sua presa potrebbe rivelarsi meno scontata, una volta apertasi la crisi e accettate le sue dimissioni. Va capito se da quel momento non partirebbe un’operazione per prolungare la legislatura davvero fino al 2018, scavalcando i progetti renziani. Le difficoltà di riformare il sistema elettorale potrebbero legittimare un anno di lavoro. Influiranno in modo decisivo l’analisi e l’interpretazione di una sconfitta del Sì: se solo come l’archiviazione di Renzi, o come bocciatura di un modello di governo verticale e muscolare. Conterebbero sia la percentuale dei votanti, sia la differenza tra No e Sì.

L’italicum e il Quirinale

Le spinte per tornare a un sistema proporzionale, anche se temperato da un qualche premio per la coalizione vincente, sono forti. Ma soprattutto, si va radicando la convinzione che in un Parlamento con partiti rappresentati su base proporzionale, un predominio del Movimento 5 stelle diventerebbe impossibile. Nessuna formazione potrebbe prendere il controllo del Parlamento e del governo avendo appena un terzo o poco più dei voti. La frammentazione e la pluralità dei partiti diventerebbero non solo un handicap ma una garanzia. Dunque, il secondo paradosso è che il No probabilmente finirebbe per ridurre e non accentuare il rischio di un’egemonia di Grillo. Sono scenari, non previsioni. La parola decisiva sarà quella del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Spetterà a lui tirare le conclusioni politiche e istituzionali di un referendum da metabolizzare in fretta.

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