Claudio Pavone

“Ieri, verso le 20,30, è stato arrestato il nominato Pavone Claudio fu Amleto (…), perché sorpreso mentre gettava dei volantini di contenuto sovversivo (…). Il Pavone, inoltre, è stato trovato in possesso di una borsa contenente 4 copie del giornale ‘Avanti!’, stampato alla macchia (…), recante la seguente intestazione:’La guerra antifascista è guerra del popolo. Il Re e Badoglio non hanno diritto di esserne a capo.’, nonché di un libro di Benedetto Croce intitolato Aspetti morali della vita politica e di un volume di salmi tradotti dall’Ebraico…”. Recitava così il Mattinale della questura di Roma del 23 ottobre 1943.

Pavone aveva allora 23 anni. Formatosi in una famiglia della borghesia meridionale liberale – il nonno paterno passò dieci anni nelle galere borboniche – e in una educazione materna cattolica, assunse molto presto un atteggiamento morale di tipo giansenista, combinato con la filosofia di Croce riletta attraverso il dialogo con Eugenio Colorni, che gli fu maestro, amico e compagno di lotta nella Resistenza, e il lavoro politico con i ferrovieri antifascisti romani.

“Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere stato un atto di disobbedienza – scrive Pavone nel suo libro più celebre, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza del 1991 – ma il nesso necessità-libertà, sempre così difficile da cogliere, si presenta nella scelta resistenziale problematico e limpido a un tempo, perché la necessità rinvia a una situazione comune a tutti, ma la libertà nasce dalla solitudine in cui si sceglie”. Si trattava di una ricostruzione magistrale e di una lezione etica che vale ancora oggi.

Studente della Facoltà pisana di Lettere e Filosofia, e perfezionando di Storia della Scuola Normale Superiore, conobbi Claudio Pavone come discepolo, al suo debutto di docente dell’Università di Pisa nei primi anni Settanta (era docente di Storia dell’Italia nel XX secolo, e proveniva da una lunga esperienza di archivista).
In quel tempo, “il discorso di una nuova libertà” – come ha scritto Pavone stesso – era sembrato riaprirsi. Per me fu naturale rispecchiarsi nella sua riflessione storiografica, che osava l’azzardo di coniugare in termini nuovi il nesso tra politica e morale, attraverso la categoria storica di “moralità”: la moralità nella Resistenza, ma anche nella lotta politica e nella battaglia delle idee di quegli anni 1967-’76, nel durissimo conflitto sociale dell’ultima stagione di lotte nella storia del movimento operaio italiano.

Ogni uomo, in una determinata situazione (Pavone citava Sartre) è segnato dalla contraddizione tra necessità e libertà, e tenta di uscirne scegliendo di agire in un intricato groviglio di idee, emozioni, impulsi e valori che forma la nostra “moralità”: nella riflessione sulla moralità dei militanti della Resistenza, Pavone fu maestro di antideterminismo, al pari di Vittorio Foa, suo caro amico.

Prima di diventare professore di Storia a Pisa, era stato uno storico importante e un grande archivista, dunque un esploratore di fonti, documenti, “scartoffie” – come scriveva – e un ricercatore non di “discorsi”, ma di fatti concreti che dai documenti possono essere inferiti con ragionevole certezza: e non vi è dubbio che, anche e soprattutto come storico, egli abbia valorizzato al massimo l’intrinseca importanza filologica del lavoro archivistico, quale funzione di mediazione tra domanda storica, e inventario e programmazione, d’archivio. Negli anni Sessanta infatti progettò e avviò, con Piero D’Angiolini, “La Guida Generale degli Archivi di Stato Italiani”, diretta nei tempi successivi da altri valenti archivisti,impresa che rimane un suo merito fondamentale.

Fonti, memoria e storiografia, oggi spesso confuse, costituirono dunque sempre i campi distinti della sua pratica del sapere: a conclusione di un tragitto segnato da una impressionante serie di saggi, contributi e volumi, di pochi mesi fa sono i suoi ricordi giovanili, La mia Resistenza. Ma elaborazione della memoria, ricerca storica e conservazione delle cose, a partire dalle scartoffie, non hanno un rapporto facile, egli ammoniva: come convenne con Francesco Orlando, altro maestro e amico, in un dialogo memorabile avvenuto nel 1994 nella biblioteca pisana di Orlando, sul Lungarno, al quale ebbi il piacere di partecipare.

Storico dello Stato, delle istituzioni, dell’amministrazione e del Diritto (era laureato in Giurisprudenza e in Filosofia), ha scritto forse il suo saggio più bello sulla cultura italiana, come specchio delle lacerazioni tra fascisti e antifascisti di fronte alla tradizione nazionale, al Risorgimento, a se stessa. E quando l’anti-antifascismo è divenuto una moda, la sua voce acuta e spesso incrinata dalla indignazione non ha mai mancato l’occasione di farsi sentire. Fino all’ultimo, sino alla sua morte, ieri 29 novembre 2016, vigilia del suo novantaseiesimo anniversario.

http://machiave.blogspot.it/2014/08/claudio-pavone-cio-che-rimase-della.html

http://machiave.blogspot.it/2015/04/claudio-pavone-la-mia-resistenza.html

http://machiave.blogspot.it/2015/02/bobbio-e-pavone-sulla-resistenza-come.html

http://machiave.blogspot.it/2014/09/8-settembre-1943.html

 

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