Gramsci, il sardo e l’italiano

Tullio Telmon, Pomodori per la bagna [Comunicazione, in AA. VV., Autonomia cultura lingua sarda nell ‘Italia del federalismo nell’Europa delle Regioni. Atti del Convegno Milano
10 dic. 1994, FASI, Milano 1996, pp. 76-79]

una cosa che Gramsci non poteva ancora sapere, pur avendo egli stesso condotto degli studi di linguistica, è il fatto che statisticamente il bilinguismo ha un’enorme prevalenza rispetto al monolinguismo. Si calcola che la condizione di monolinguismo sia una condizione di estrema minoranza, addirittura intorno al 2-3% nell’insieme delle popolazioni normali; condizione di normalità è invece la condizione di bilingui­smo. Ma, purtroppo, e qui subentra un’altra condizione importante della socio­linguistica e cioè il concetto di prestigio, molto spesso non si considera bilingue colui che accanto alla lingua detta “di stato” conosce il proprio dialetto nativo. Mentre invece è chiaro il fatto che si tratta di due codici linguistici nettamente separati e che appunto di bilinguismo si deve parlare.

Devo dire però che in realtà io non credo molto alla morte delle lingue; credo piuttosto alla trasfigurazione delle lingue, e questo mio credo discende da quel sano storicismo che è dato, nel linguista, dalla consapevolezza che, perché il sardo, l’italiano, il francese potessero esistere era in certo qual modo necessario che, a sua volta, il latino cessasse di esistere. O, per meglio dire, prendesse nuova vita attraverso il francese, attraverso lo spagnolo, attraverso l’italiano, attraverso il romeno, il sardo, ecc.

Le politiche linguistiche devono evidentemente esserci, ma è frutto di dogmatismo privo di qualsiasi possibilità di verifica, credere che attraverso le politiche linguistiche si possa determinare il futuro linguistico di un paese. Il futuro linguistico di un paese dipende da una quantità di altri fattori, la maggior parte dei quali ci sfugge ancora, nonostante gli studi più approfonditi. Sappiamo che c’è una correlazione forte con l’economia, ma ancora dire questo è dire qualcosa di molto generico. Facciamo l’esempio della Catalogna: durante tutto il periodo del franchismo dal 1938 al 1976, all’incirca per quarant’anni, in Catalogna era proibito utilizzare il catalano; l’editoria catalana era azzerata; nelle scuole il catalano era stato completamente eliminato, non soltanto, ma si applicavano sanzioni nei confronti di coloro che avessero osato utilizzare il catalano; il catalano era eliminato da tutti gli uffici pubblici e quelli che si rivolgevano all’ufficio postale in catalano erano in certo qual modo guardati con aria di rimprovero o di motteggiamento. Nel ’76 finisce il franchismo, e oggi, a vent’anni di distanza, chi va a Barcellona sente parlare soprattutto catalano e, cosa bellissima, si accorge che si può parlare castigliano senza che il catalanofono finga di non capire, così come, reciprocamente, nei negozi in cui si parla castigliano si capisce il catalano. Siamo di fronte ad un meraviglioso esempio insieme di tolleranza linguistica e di bilinguismo perfetto.

Un mese fa circa, avevo preso parte a una riunione della redazione internazionale dell’atlante linguistico romanzo e c’erano i catalani che parlavano catalano, i castigliani che parlavano castigliano, gli italiani che parlavano italiano, i portoghesi che parlavano portoghese, i galiziani che parlavano gallego, tutti ci si capiva, quasi perfettamente, in un clima che non avrebbe potuto essere più meraviglioso. Dunque io spezzo qui una lancia a favore del bilinguismo, questo va da sé, e non credo che ci sia qualcuno che non approvi, che non sia a favore di questo bilinguismo accompagnato dalla più ampia tolleranza linguistica. E credo che anche in questo la Sardegna abbia degli illustri precedenti. Proprio perché è stata, attraverso i secoli, attraversata dalle lingue più diverse, da tutte le lingue che vi si sono affacciate ha preso qualche cosa. In fondo quell’esempio che .facevo prima, del venditore di pomodori, che aveva scandalizzato il mio com mensale, se anche avesse detto pomodori per la “bagna”, che alle orecchie del sardo appare come il non plus ultra della sardità, in realtà si sarebbe servito di un piemontesismo. Questo ci insegna che i fatti di lingua non devono mai diventare dei motivi di bracci di ferro o di contrapposizioni frontali. Proprio perché la lingua è la dimostrazione in natura del relativismo più assoluto dal punto di vista culturale, dal punto di vista politico, dal punto di vista ideologico. Tutto è relativo, e la lingua appunto lo dimostra. Non vale la pena di scannarsi, come fanno quelli che si occupano della scrittura di lingue prive di tradizione grafica, per un <k> o per una <c>; non vale la pena di scannarsi per una “bagna” anziché un “sugu”, proprio perché poi ci si accorge che in fondo, a tirare le somme, anche la “bagna” si rivela essere molto relativamente sarda.

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