Giovani, soli, incazzati

Nel suo articolo di ieri su Repubblica (lo trovate qui: http://www.repubblica.it/la solitudine dei giovani elettori), Ilvo Diamanti commenta l’ultima indagine Demos sul voto dei giovani al recente referendum. Incrociando questi dati con altri, riferiti alla medesima popolazione, Diamanti arriva a concludere che le caratteristiche sociali e demografiche dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni, i giovani adulti insomma, giustifica ampiamente il fatto che in maggioranza schiacciante (7 su 10!) abbiano votato NO al referendum, ben di più di quanto abbiano fatto i loro fratelli minori tra i 18 e i 24 anni.

I giovani adulti vivono infatti in una condizione di sospensione, in una bolla di incertezza: né di qua , dove stanno quelli che studiano ancora, magari tirandola in lungo più che possono, né di là, tra quelli che hanno un lavoro che consente di guardare al futuro con un minimo di prospettiva.

Dice Diamanti : “Così si spiega la ragione per cui fra i giovani-adulti si osservino i picchi di incertezza nel futuro (62%), ma anche la convinzione generalizzata della necessità di “emigrare” all’estero, per fare carriera (73%). Mentre la maggioranza di essi (63%) è consapevole che difficilmente riuscirà a raggiungere – non dico a superare – la posizione sociale dei genitori. D’altronde, solo il 21% di loro pensa che esistano opportunità e possibilità adeguate.

Così, nonostante l’età, circa il 40% dei “giovani adulti” ammette di sentirsi spesso “solo”. Molto più, rispetto ai genitori e ai nonni. Ma anche rispetto ai fratelli minori, che hanno meno di 25 anni. Sono “le pene del giovane adulto”. Che, perlopiù, ha concluso gli studi, oppure li prosegue, per non sentirsi “disoccupato”. Magari intermittente o precario. Come, inevitabilmente, avverrà. I giovani nati negli anni Ottanta. Sono divenuti “invisibili”. Mimetici. In continua fuga. Alla ricerca di un lavoro. Un futuro.”

Da una condizione sociale e psicologica come questa non può che derivare una delusione e una insofferenza verso quelli che ne sono considerati i colpevoli: la generazione dei genitori e, in particolare, al suo interno quella porzione  che tiene saldamente in mano le leve del potere e non fa nulla per rompere la bolla di solitudine e abbandono nella quale questi giovani si sentono imprigionati.

Sostiene ancora  Diamanti che questi “non più giovani e non ancora adulti [sono] confusi. Perché nella nostra società, tutti, o quasi, si dicono giovani. E all’improvviso diventano vecchi. Senza mai conquistare l’età adulta. La maturità. Così “giovani adulti” si sentono vicini al M5s. E hanno votato No perché non hanno speranza” .

Di questo stato d’animo, angosciato, totalmente scettico rispetto al presente e peggio disposto verso il futuro, sono stati testimoni anche i giovani che abbiamo intervistato tra maggio e novembre in cinque  trasmissioni di Radio Precaria, realizzate dall’Istituto piemontese A.Gramsci insieme con Rete Italiana di Cultura Popolare (potete ascoltare i podcast su http://www.tradiradio.org). Le loro storie confermano questo scoraggiamento diffuso, anche se alcuni di loro hanno trovato l’energia e la capacità di …uscire da soli dalla bolla. Ma, ripeto, da soli, per loro forza di volontà e sfidando tutti gli ostacoli e le barriere che oggi la società gli contrappone.

Il tema della solitudine, non come stato d’animo individuale, ma come condizione sociale e politica è il vero nodo della questione. Se è vero che  un soggetto da cui sentirsi rappresentati apparentemente c’è: il Movimento 5 Stelle, il non-partito ormai incanalato in una logica partitica indiscutibile, per quanto ancora assai confusionaria e contraddittoria; non mi sembra che esso sia stato finora in grado di dare  risposte realistiche  a questa parte della società sotto-rappresentata. La proposta del reddito di cittadinanza, ad esempio,  assomiglia più a un wishful thinking che a una provvedimento di legge dotato di tutti i connotati necessari per una concreta ed efficace  attuazione. E altre proposte capaci di affrontare i temi reali alla base del problema non mi pare ve ne siano. Ma  questo indistinto corpo sociale, i giovani appunto,    non pare neppure sapere o volere trovare forme collettive, autonome di aggregazione e di rappresentanza politica né essere in grado di riflettere collettivamente sulla propria condizione – che è poi la condizione della società in cui viviamo, il momento storico che stiamo attraversando-  per immaginare il futuro. Ciò che manca, insomma, è  un “manifesto”, capace di scavare nelle cause e individuare una strada,  utile a tutti, per annientare una sofferenza così diffusa e acuta.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/11/12/un-appello-a-favore-del-reddito-minimo-garantito/

Un pensiero su “Giovani, soli, incazzati

  1. Il punto chiave della riflessione è certamente il tema della “solitudine”. Ho 33 anni e, negli ultimi mesi, mi sono reso conto dell’incredibile numero di miei coetanei o affini affetti da depressione. Molti di questi miei cari amici si rivolgono a medici e farmaci per affrontare la quotidianità, fatta purtroppo da crisi di panico e senso di precipizio imminente. E, devo ammettere, anche io mi sono trovato talvolta a sperimentare questo senso di oppressione in passato.

    Cosa mi ha salvato? La mia compagna – oggi mia moglie. Una fortuna, questa, non certo un merito personale o frutto di un meccanismo sociale. Perché in un contesto economico precario come quello in cui siamo immersi, “farsi una famiglia” non è un progetto facile da mettere in piedi. E, a ben guardare, l’insistenza con cui le battaglie per i diritti civili sono state affrontate negli ultimi anni e la centralità del “matrimonio egualitario” sono, per molti versi, il riflesso alla venuta meno di politiche collettive extra-familiari che caratterizzavano, nel Novecento, i partiti dell’area progressista. (Malgrado il familismo, per tradizione, sia una bandiera conservatrice).

    Rispetto al tema della “rappresentanza politica”, stiamo parlando di una partita intellettuale titanica. Sono convinto, però, che il successo del M5S non risieda tanto nell’essere un partito generazionale, ma piuttosto un compiuto partito del consenso. Complice anche il fatto di essere relativamente vergini (e il “relativamente” è d’obbligo), applicano in modo clinico strategie di marketing per vendere il proprio prodotto – i propri programmi o i propri candidati – mentre gli altri soggetti politici si arrovellano su questioni evidentemente meno efficaci, come i principi definitori (la vera sinistra a sinistra della sinistra) o manifesto lobbismo di gruppi di potere. Si tratta di puro storytelling, ma in una cultura permeata dal capitalismo e dalla sua arma propagandistica più forte -l’intrattenimento – essere in grado di intercettare sentimenti elementari nell’elettore/cliente è cruciale – soprattutto se il tuo pubblico è preda di una disperazione sociale collettiva.

    Non so dire se questo sia un bene o un male e stabilirlo richiede, certamente, molto più ingegno e molte più righe di quanto disponga. Mi sembra, però, che se un tempo era l’ideologia la lente impiegata per interpretare il presente, oggi è l’interpretazione del presente a descrivere i confini dell’ideologia.

    M.T.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.