Ancora su Bauman, sociologo della post-modernità

di Sergio Scamuzzi

Sorprende la morte di Zygmunt Bauman, benché 92 enne, abituati come siamo alla vitalità trasmessa dalla continua pubblicazione di nuovi suoi scritti: mai meno di uno volume all’anno negli ultimi decenni, con titoli e contenuti attuali e accattivanti, stile brillante e rigoroso al tempo stesso. Forse nessuno, anche tra i sociologi più noti come Dahrendorf o Beck o Giddens o Bourdieu o Sennett o Lash ha contributo più di lui a elaborare e diffondere una certa visione della modernità, feconda per, e fecondata da, evidenza empirica ma capace di elevarsi a chiave interpretativa e a funzione intellettuale accessibile all’opinione pubblica e non solo agli specialisti. Si può tacciare di superficialità la sua metafora preferita, la società liquida, per caratterizzare la nostra società postmoderna in bocca a non specialisti, ma chi insegua la sua opera non può che trovare, scritto dopo scritto, conferme della sua pertinenza e fecondità, negli sviluppi, articolazioni e declinazioni successive di questo modello di società. Non più un modello integrato: essa rifiuta di esserlo, corrode ogni modello, è società sotto assedio, società dell’incertezza, modernità ambivalente e ambigua, società di stranieri e di relazioni effimere, società locale e globale, senza il substrato di stati-nazione, per ricordare solo alcune delle qualificazioni. E Bauman prima di scrivere la ‘Modernità liquida’ in cui nel 2000 espresse tale modello la prima volta in forma più completa, aveva conosciuto a fondo e disegnato compiutamente i due modelli precedenti, solidissimi, integrati e compatti, analitici e normativi, di società del Novecento europeo: la società industriale moderna e la sua cultura, che tracciò nella sua forma più estrema, e perciò rivelatrice, il nazismo che organizza l’olocausto, in ‘Modernità e olocausto’ del 1991; e la società collettivista e il modello marxista, presentati nel suo giovanile trattato, ‘Lineamenti di una sociologia marxista’ pubblicato in Italia da Editori riuniti nel 1971 e scritto verso la fine della sua ‘prima vita’ accademica ,trascorsa all’Università di Varsavia, nella Polonia sovietizzata da cui fuggì a causa di ondate di antisemitismo. Non c’è la minima nostalgia verso questi modelli nell’opera di Bauman durante la sua più lunga ‘seconda vita’ accademica e internazionale all’Università di Leeds in Inghilterra, ma neanche l’apprezzamento acritico del modello post-moderno. La sua analisi scorre rigorosa e assai suggestiva grazie alla letterarietà della sua scrittura, ma a ben vedere singolarmente fredda e oggettivante, equilibrata nel notare caratterizzazioni positive, come la leggerezza dell’individualità (in un uso del termine analogo a quello di Italo Calvino nelle Lezioni americane) e negative, come la povertà che campa accanto ai consumi sfavillanti. Il messaggio di fondo sembra essere: siamo gettati nella post-modernità, non l’abbiamo costruita scientemente, a differenza dei precedenti modelli società, ci capita e navighiamo a vista dentro essa. L’importante è saperla riconoscere nei fenomeni che man mano si ripropongono alla nostra attenzione, in un’epoca di fitti e rapidi mutamenti sociali – percepiti dalle persone anche prima che dagli studiosi – che hanno motivato la fluvialità della sua opera e il suo successo di pubblico. Fenomeni che hanno modificato profondamente l’amore come la povertà, i consumi come le interazioni sociali, il lavoro come le paure collettive, l’identità individuale come il rapporto dei cittadini con le istituzioni. Il sociologo che sa connettere le condizioni individuali ai processi sociali collettivi può così aiutare le persone. I suoi numerosissimi lettori hanno premiato e probabilmente continueranno a premiare questo suo impegno. Ma anche gli specialisti potranno trarne motivo per restituire un significato più vasto ai loro studi sempre più circoscritti in temi limitati e accademici nella impostazione e destinazione.

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