La religione più temuta

 Vermondo Brugnatelli, Alle radici dell’islam, concetti elaborati da una pia sapienza, il manifesto, 15 gennaio 2017

Solo una considerazione a-storica e acritica dell’islam, che ne fa un tutto unitario indiscusso e indiscutibile, cui si può rispondere aderendovi ciecamente o lottando per portarlo a scomparire, può giustificare la nascita del radicalismo delle opposte posizioni (integralisti vs. islamofobi). Del resto, «l’islam è la meno compresa e, al momento, la più temuta delle religioni del mondo» scrive Carole Hillebrand nel suo ampio saggio Islam Una nuova introduzione storica, (Einaudi, pp. 404, euro 34,00), che condensa in un numero ragionevole di pagine una gran quantità di informazioni indispensabili per penetrare nel mondo sconfinato che ruota intorno a questa religione. Un mondo che – come avverte a più riprese l’autrice – lungi dal costituire una unità monolitica è spesso inafferrabile, proprio per l’estrema varietà di genti, storie, credenze, stili di vita che lo compongono (e gli arabi ne sono solo una piccola componente: «circa la metà dei musulmani del mondo oggi vive nell’Asia meridionale e sud-orientale»).

Solo chi possiede una conoscenza approfondita di ogni dettaglio di questo vasto panorama può ambire ad affrontare un’opera che ne renda conto, e Carole Hillebrand – docente britannica di Storia islamica, prima persona non musulmana a ricevere il premio King Faisal per gli studi islamici – ha portato a termine la sua impresa con successo avendo avuto modo, nel corso della sua lunga carriera accademica, di approfondire i più remoti aspetti del mondo dell’Islam.
Nei dieci capitoli del libro presenta sinteticamente, ma esaustivamente, sia i più importanti eventi storici (in particolare il periodo della vita di Maometto e quello dei primi secoli, in cui si dispiegò l’impero islamico e si delinearono le principali ramificazioni dottrinali), sia gli aspetti principali del credo e delle sue pratiche, per concludere con uno sguardo sul presente e sulle sfide che attendono il futuro.

Ogni questione viene affrontata nella sua storicità e nei suoi aspetti più problematici, cercando di portare all’evidenza quanto se ne percepisce in Europa e ciò che realmente significa per la maggior parte dei musulmani. Soprattutto, di ogni concetto viene illustrato il modo in cui si è giunti a elaborarlo da un punto di vista islamico, grazie all’opera instancabile di generazioni di studiosi, protrattasi per secoli: il che consente di aprire gli occhi a quanti, non solo tra i non musulmani ma anche tra i fedeli dell’Islam, pensano di avere a che fare con una serie di norme codificate da sempre e perciò stesso immutate e immutabili.

Un esempio tra i tanti delle diverse, e a volte diametralmente opposte, sensibilità presenti nel mondo musulmano riguarda l’atteggiamento di fronte alla musica: bandita sotto ogni forma dai salafiti più intransigenti, è invece per i mistici (sufi) addirittura «un’influenza divina che muove il cuore a vedere Dio». Per quanto alcune nozioni siano già patrimonio diffuso, l’autrice fa bene a ricordarle: per esempio, a quanti ritengono che questa religione contempli castighi particolarmente efferati, giova sapere che «non c’è menzione nel Corano della lapidazione come punizione per aver commesso un rapporto sessuale illecito». Chi ne fa uso si appoggia a racconti di incerta affidabilità, messi per iscritto un paio di secoli dopo la morte del Profeta, e soprattutto non tiene conto delle condizioni che i giuristi imposero perché la colpa fosse provata al di là di ogni dubbio: quattro testimoni maschi che abbiano assistito all’atto della penetrazione, un requisito ovviamente quasi impossibile da soddisfare, proprio perché l’intento di rendere minacciosa la pena e dissuadere dal peccato non giungesse con troppa disinvoltura alle sue estreme conseguenze.

Qui, come in molti altri contesti evocati nel libro, si vede all’opera il lavoro della giurisprudenza islamica dei primi secoli, che era «dinamica, non statica, e flessibile, non rigida». I giureconsulti islamici non erano sadici perversi che ambivano a seminare il terrore tra i credenti, bensì pii uomini devoti (e che fossero uomini e non donne spiega il perché di un punto di vista troppo spesso sbilanciato in senso maschilista), che cercavano di fornire regole pratiche di vita, conciliando ciò che era previsto dal Corano con le esigenze del vivere quotidiano. Altro ambito in cui per secoli i giuristi si sono cimentati per stabilire delle regole, quello della «guerra santa», prevede un jihad (impegno) detto «minore», per contrapporlo al jihad «maggiore», che è lo sforzo interiore di ogni individuo per migliorarsi come uomo e come credente: anche qui, esistono regole e nessun musulmano viene giustificato se decide di affettuare il suo jihad di propria iniziativa, colpendo nel mucchio.
«Il jihad minore, che in certe occasioni può comportare il combattimento, ha una propria «convenzione di Ginevra» elaborata meticolosamente, nel corso di molti secoli, da pii giuristi nei libri della shari‘a, ed esclude esplicitamente di far del male agli innocenti: gli anziani, le donne, i bambini, i non combattenti».

Dell’opera di Carole Hillebrand colpisce l’abilità con cui riesce a coniugare ricchezza, precisione di dati e informazioni (non ultimo, un apparato iconografico estremamente ricco e appropriato) con un’evidente tensione ideale: è chiaro, infatti, che l’autrice, senza mai rinunciare alla necessaria obiettività e precisione espositiva, non è indifferente a ciò di cui parla. I capitoli finali sintetizzano le sue impressioni e, perché no, le sue speranze: «questo libro è il tentativo modesto di una singola donna di contrapporsi alla marea di ignoranza che minaccia di sommergere l’oggettività e che ha creato pregiudizi così forti contro l’islam». La visione dinamicadella studiosa, capace di cogliere sviluppi e tendenze là dove gli osservatori comuni non vedono che un quadro statico e uniforme, consente di non cedere allo scoramento e alla ripulsa, evidenziando incoraggianti segnali di superamento di un immobilismo plurisecolare e dell’adeguamento a sensibilità e a valori del mondo moderno.

Molto opportunamente, per esempio, Carole Hillebrand sottolinea il crescente accesso alla conoscenza da parte di fedeli musulmani, grazie alla diffusione sempre più capillare, via internet, di traduzioni in inglese dei testi sacri, che divengono dunque fruibili e si sottraggono al monopolio di una casta ristretta di dotti, custodi e interpreti di rari manoscritti in lingua araba classica. Ma l’autrice non si limita a constatare le evoluzioni in corso nella sfera della religione: è infatti ben consapevole anche del ruolo cruciale svolto dalla politica, che troppo spesso usa la fede come paravento ideologico a mere questioni di potere.
Nella sua analisi conclusiva non manca di evidenziare il ruolo negativo giocato dal colonialismo europeo prima e dalla politica egemonica degli Stati Uniti poi, a cominciare dall’estenuante conflitto israelo-palestinese, «ancora irrisolto dopo più di sessant’anni», fonte permanente di frustrazione e risentimento verso tutto l’Occidente. «Se si troverà una soluzione a tali ingiustizie, i terroristi estremisti scompariranno». E qui, purtroppo, la coraggiosa Carole Hillenbrand deve arrestarsi: agli studiosi non è dato spingersi oltre.

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