Gramsci ieri e oggi

Il comunismo è una pietra angolare della costruzione teorica che Gramsci ha elaborato in carcere. Quale comunismo, tuttavia? Il punto di riferimento non può essere soltanto dato da ciò che era successo in Russia tra il 1917 e i primi anni Trenta. Questo è solo lo sfondo del quadro. In primo piano ci devono essere le idee di Gramsci in proposito. Una cosa appare subito chiara. Al di là di tutte le possibili analogie con la Rivoluzione francese e la successiva Restaurazione, Gramsci aderisce al progetto di un regime dittatoriale a partito unico: Solo nella società in cui l’unità storica di società civile e società politica è intesa dialetticamente …il partito dominante non si confonde organicamente con il governo, ma è strumento per il passaggio dalla società politica alla società regolata. (Quaderno 6, § 65, p. 734 dell’edizione critica; la società regolata è l’altro nome che Gramsci dà al socialismo realizzato). Qui come in altri passi dei Quaderni e della stesse Lettere dal carcere, emerge peraltro una visione idealizzata della realtà sovietica. Abbiamo a che fare con un bolscevico espatriato che proietta sulla Russia una sua idea del regime sovietico. Per esempio, le elezioni nella patria del socialismo sarebbero una scuola di volontariato benefico e attuerebbero il principio del “self-government” (Quaderno 6, § 65, p. 734 dell’edizione critica). Sempre nei Quaderni la parola “totalitarismo” assume una connotazione positiva (Q., 1612-1613). Non sembrano esserci molti spazi per la deviazione o la dissidenza, anche se poi nel pensiero dello stesso Gramsci esiste tutta una tendenza a promuovere l’emancipazione dal dominio. Quando cade il dualismo di classe sembra invece prevalere una sorta di servitù volontaria (Q., 1706-1707; tuttavia in casi determinati la visione si rivela più complessa).

Quello che abbiamo appena visto è un Gramsci più ideologo che osservatore analitico della realtà. Nei Quaderni tuttavia circola un altro ordine di pensieri, in vario modo critici verso l’esperienza sovietica. Al primo posto bisognerebbe mettere la famosa distinzione tra l’Est elementare, dispotico, e l’Occidente variegato, consensuale. In un quadro simile la natura violenta della rivoluzione in Russia appare assai plausibile, tra l’altro. Sempre nei Quaderni figura una osservazione critica verso il valore di prova attribuito alla confessione nei processi (Q., 1888; con Sraffa Gramsci fu ancora più esplicito). C’era stata nel 1926 la famosa lettera del 1926 al Comitato centrale del Pcus; ci fu nel 1930 l’avversione alla svolta attuata con la politica “classe contro classe”. Quando non usa l’Urss come modello per illustrare una affermazione teorica, Gramsci esprime in vari momenti le sue riserve o manifesta la sua contrarietà a scelte determinate. In genere egli mostra di apprezzare le soluzioni moderate, il compromesso. In un determinato passo dei Quaderni, alle pp. 1612-1613, si è infine voluto vedere un attacco senza riserve alle scelte della politica staliniana nelle campagne dopo la fine della Nep.

Una volta accantonato il tema del comunismo, diventa più semplice ragionare sui possibili rapporti tra il pensiero di Gramsci e il mondo attuale. Che cosa allora può avere di attuale l’eredità intellettuale di Gramsci? Una prima risposta a questa domanda è data dal gran numero di lavori che traggono dal pensiero di Gramsci indicazioni valide per il presente. Per quanto lunga e pignola, una lista di titoli non darebbe ancora un’idea di ciò che Gramsci può rappresentare per un lettore di media cultura, oggi. Qui ci può essere di aiuto Zygmunt Bauman, il grande sociologo appena scomparso. Una giornalista anni fa gli ha chiesto: “In che modo Gramsci è stato illuminante?” Ecco la risposta: «Rifiuta il determinismo per cui, nel marxismo ufficiale, gli uomini sono solo biglie, pedine della storia. Porta una visione flessibile degli uomini: noi siamo creati dalla storia e, insieme, artefici della storia.». (Serena Zoli, Devo tutto a Gramsci e Calvino, Corriere della Sera 13 ottobre 2002). Questo aiuta a spiegare perché Gramsci ormai non appare più come un semplice seguace di Marx, è diventato un autore a parte. Ancora Bauman può servire a illustrare che cosa ci separa da Gramsci. Nella società liquida non c’è più posto per lo Stato nazionale, per le classi, per gli intellettuali legislatori. Tutto scorre via con una rapidità estrema e l’individuo comune somiglia sempre più a un fuscello trascinato dalla corrente. Il postmoderno trionfa, mentre Gramsci era solo moderno e nulla di più, perfino un po’ arcaico a volte. A ben vedere, tuttavia, il postmoderno non è la cancellazione del moderno, è se mai la sua prosecuzione caotica in un mondo che si è fatto molto più precario. I nostri riferimenti più certi, quelli ai quali abbiamo bisogno di tornare anche solo per ipotesi come a una bussola, appartengono pur sempre al moderno. Sta qui l’attualità più sottile di Gramsci per noi.

 

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