Il sapere che conta

Tzvetan Todorov, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio, Palermo 2010 [2002]

… In Francia si è imposto un modello d’eccellenza intellettuale molto potente, che i giovani francesi sono incitati ad imitare. Penso allo studente brillante uscito da una grande scuola, capace d’assorbire molte informazioni in poco tempo e di restituirle sotto forma di “dissertazione”: bella retorica, ma che spesso sostituisce (male) l’osservazione diretta, l’esperienza autentica, la riflessione originale. Oppure questo gusto delle formule a effetto, un po’ paradossali che superano così male la prova della traduzione, per non parlare del culto per i giochi di parole! Non dico che questi sono difetti assolutamente da evitare, ma si tratta di scelte per niente obbligatorie. E’ un handicap insito in ogni processo di formazione: il professore insegna all’alunno a diventare come lui; la riproduzione incombe su di noi. Se  l’alunno non ripete sempre il maestro, è perché si confronta con influenze molteplici, con fonti diverse che deve ricomporre a modo suo. In Francia (o dovrei dire: a Parigi), il grado d’autocompiacimento è eccessivo, non ci si rende conto che così si mantiene un discorso abbastanza convenzionale, come un ronzio, colpito dall’impronta del conformismo. La marginalità, la singolarità, talvolta è una debolezza ma può diventare anche un atout per sfuggire allo stereotipo, per recuperare il contatto col mondo, al di là delle formule convenute. (pp. 195-196)

… E’ così che avanza la conoscenza: se essa non impegna a fondo il suo autore non è niente di più che una scolastica. Chi conosce deve lui stesso mettersi in discussione attraverso il suo lavoro. […] Quando sono in commissione di dottorato, mi colpisce il fatto che, spesso, la parte più interessante del lavoro di tesi è l’introduzione, dove l’autore parla in prima persona delle ragioni della scelta dell’argomento, piuttosto che il corpo dell’opera in cui egli impara a fare “alla maniera di…”.

Mi chiedo se, su un preciso soggetto, i lavori di scienze umane ci insegnino di più di un romanzo di Balzac o di un saggio di Montaigne. […] Tutte queste scartoffie prodotte, tesi, rapporti, comunicazioni, sono destinati, credo, all’oblio immediato. (pp. 132-133)

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