Parole, parole, parole…

“…attraverso la conversazione, spesso desideriamo solo affermare il nostro io nel ring del giorno. Esiste una connessione profonda tra la visibile quantificazione del “successo” di un contenuto e il tentativo di aumentare il proprio potere sociale” così  ragiona Giorgio Fontana su Il Tascabile.com, bella rivista on-line di cultura e incontro tra generazioni di autori (http://www.iltascabile.com/societa/ossessione-avere-ragione/)

Analizzando il rapporto  tra riflessione ed espressione nel dialogo tra Socrate e Ippocrate, in cammino verso la casa di Protagora,  Fontana ci conduce a ragionare su un tema attualissimo: l’uso della parola come clava, come arma per tacitare l’avversario, non come espressione di un pensiero sufficientemente esteso e approfondito da poterci avvicinare alla comprensione della  verità. Evidentemente il problema del rapporto tra retorica e filosofia era  ed è stato presente in tutte le epoche storiche, ma mai come oggi è diventata urgente una riflessione  su questi due modi di essere e di pensare. Rileggere il Protagora di Platone mette in evidenza  la questione all’ordine del giorno: è più importante cercare con fatica e spesa di tempo la verità, oppure fare come i sofisti, a cui la differenza tra vero e falso non interessa affatto, mentre l’obiettivo è quello di trionfare sugli avversari?

Ora, un elemento inquietante del discorso pubblico contemporaneo — nel gioco di argomentazioni, nella conversazione digitale e non — è proprio questo: si discute innanzitutto per affermare di avere ragione.”

Insomma oggi vince, alla grande,  il sofista: “l’intellettuale (ma non solo) che usa la violenza linguistica o l’abilità retorica per trionfare”.  Un atteggiamento che porta  non solo a dissimulare la verità, ma a inventarla, a  trasformare i fatti in opinioni, opinioni per di più prive di qualsiasi fondamento, alimentate e rese “autorevoli” da una diffusa ignoranza, frutto della complessità del mondo, certo, ma anche da una crescente debolezza delle istituzioni che dovrebbero porsi come  garanti del sapere.

Christian Raimo , citato ancora da Fontana, in un bel pezzo per Internazionale sostiene che sia  in atto una “perversione del piano performativo”:

L’effetto sostituisce il significato. Per questo ha senso pronunciare una balla colossale e venire smentiti il giorno successivo: il significato di quella notizia sarà corrispondente alla differenza tra coloro che hanno ascoltato la notizia ma non la smentita. E sarà sempre un numero di persone abbastanza elevato da non premurarsi di dover essere sottoposti a un fact-checking. L’effetto s’impone come significato.

E poiché uno degli effetti della società in rete è quello di rendere virale tutto ciò che accade in un qualunque punto del network, reale o virtuale che sia, ecco che assistiamo a fenomeni che facilmente possono trasformarsi in “contro-verità” o come comunemente si sta dicendo “post-verità”, in altrettanti fatti che confondono e e falsificano i dati reali. Si pensi, per esempio, alla preoccupante diffusione di credenze relative agli effetti dannosi  o addirittura molto pericolosi per la salute pubblica dei vaccini. In generale, smontare una bufala che circola on-line è un lavoro molto faticoso e a volte infruttuoso, proprio a causa della naiveté e la patologia complottista di coloro che se ne fanno diffusori, come dimostra un interessante numero di studi sul “debunking”  tra cui questo Emotional Dynamics in the Age of Misinformation.

Che fare, allora? L’unica soluzione credo sia quella di continuare a cercare, a essere ostinatamente affamati di pensiero, di esame dei fatti, di logica e riflessione e insegnare ai più giovani, soprattutto a loro, quanto questo esercizio sia più affascinante, in definitiva, di quello che ci porta alla ribalta per un istante, per la durata di un tweet, per l’attenzione effimera che si può dedicare a un post su Facebook o su un blog!

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