Un appuntamento con la storia

Già, gli appuntamenti con la storia. Come se la storia avesse un calendario con le cose da fare. E come se spettasse ai leader adeguarsi e ai popoli seguire. Purtroppo la storia non ci ha insegnato molto. Gli uomini adorano fare di testa loro alla fine e non sempre vogliono tener conto dei precedenti. Hanno una grande volontà di illusione, sperano che le ragionevoli attese degli esperti siano smentite dai fatti. Oggi c’è tanta voglia di protezione. Anche Dj Fabo che se ne va a morire in Svizzera si sente abbandonato dal suo Stato. Figuriamoci. Insomma il calendario della storia rischia di funzionare come un espediente retorico e nulla più.

Servirebbe invece un ragionamento più serio sull’agenda futura dei nostri governi. Non si risolve molto con un Erasmus per bimbi o per maestre e maestri. Dove porta il protezionismo, quando non è solo un rimedio temporaneo alla debolezza della produzione locale? E che cosa si può realisticamente promettere ai giovani? Che cosa si può fare nel breve e nel medio termine per condurre l’Italia fuori dalla stasi del sistema produttivo? A chi si può rivolgere in un primo tempo un governo risoluto a prendere il toro per le corna? Su problemi come questi sarebbe bello avviare una riflessione. Federico Fubini potrebbe dare una mano in tal senso. Con questo articolo sembra aver perso un’occasione. Dopo aver lanciato un allarme, si è perso nelle minuzie.

Federico Fubini, Tra Washington e Londra un’euforia che lascia tanti dubbi, Corriere della Sera, 28 febbraio 2017

Lasciamo stare le proteste degli studenti di buona famiglia sotto la Trump Tower o le profezie di sventura dei soliti esperti sulla City di Londra. Guardiamo ai fatti, perché rispecchiano molto meglio i sentimenti degli elettori nella stagione dei grandi choc politici. Le famiglie americane non avevano mai comprato tante auto nuove come nel dicembre scorso, 18,7 milioni di modelli, un record storico per un mese senza guerre di prezzo né incentivi fiscali. Quanto alla Gran Bretagna, nel terzo trimestre dell’anno scorso la spesa dei consumatori ha raddoppiato il suo ritmo (in volume) rispetto ai tre mesi prima. Non dev’essere semplicemente il frutto dell’ingegneria delle banche centrali. Gli eventi della politica devono pur aver avuto qualcosa a che fare con tutta questa euforia di spese dell’uomo della porta accanto. Dicembre 2016 è il primo mese intero dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, e molti americani sembrano aver risposto correndo dai concessionari: hanno persino allargato un po’ la quota di mercato delle auto di marchio statunitense rispetto a quelle estere, secondo il Bureau of Economic Analysis. E nel Regno Unito le famiglie hanno accelerato la quantità dei consumi subito dopo il referendum sulla Brexit, anche se il crollo della sterlina seguito al referendum stava facendo salire i prezzi di tutti i beni importati. Si direbbe che certi americani e certi inglesi — non tutti, ma molti — si siano messi a festeggiare. Erano galvanizzati perché per la prima volta da chissà quanto tempo il mondo doveva starli a sentire. Non erano più irrilevanti. I «Forgotten Men» di cui parla Trump hanno costretto tutti gli altri — le élite dei loro Paesi, i nuovi ceti medi cinesi, polacchi o messicani — a ricordarsi di loro.

Il 2016 è stato per i sistemi politici occidentali ciò che era stato il 2008 per il sistema finanziario. La secessione della Gran Bretagna dall’Unione Europea, l’ingresso nella Casa Bianca di un corpo estraneo ai grandi partiti della tradizione americana sono per le democrazie ciò che i crash di Lehman Brothers e di Northern Rock furono per i mercati. Lunghi anni di squilibri crescenti, spesso in entrambi i casi gli stessi, hanno portato al punto di rottura. Fra le molte spicca però una differenza dal 2008 al 2016: allora, dopo il trauma, arrivò il 2009. Iniziò una stagione dominata da leader che ebbero il coraggio di fare tesoro della lezione e pensare l’impensabile per impedire che lo choc degenerasse in un naufragio. Avremmo tutti preso per insano di mente dieci anni fa chiunque avesse previsto che le banche centrali presto avrebbero pagato le imprese per prestar loro del denaro (i tassi negativi) o avrebbero moltiplicato per cinque le dimensioni del loro bilancio in poco tempo. Eppure è andata così: una grande depressione dell’economia è stata evitata perché i suoi leader hanno avuto il coraggio di buttare alle ortiche la saggezza convenzionale e fare qualcosa di radicalmente nuovo. Questo lascia aperta la questione di cosa serve per evitare una grande depressione delle democrazie dopo gli choc del 2016. Non è una domanda limitata ai Paesi anglosassoni: in Francia guida i sondaggi una candidata che consiglia agli ebrei di non portare la kippah in strada («lo dico per loro»), in Italia metà degli elettori propendono per forze che rompono con il quadro strategico europeo degli ultimi 60 anni.

Quel che serve, è la stessa capacità di pensare l’impensabile e introdurre soluzioni nuove nelle politiche sociali come fu fatto pochi anni fa nel sistema finanziario. Più di tanti uomini di partito e di apparato, Bill Gates dimostra di averlo capito quando suggerisce di tassare i robot per il lavoro svolto, così come erano tassati le donne e gli uomini che quelli stanno sostituendo; quei fondi possono finanziare il reinserimento dei nuovi disoccupati, ma altri esempi più vicini all’Italia non sono difficili da immaginare. Tutte le inchieste dicono che il futuro dei figli e il punto di incontro con il sistema scolastico producono enorme ansia e disillusione fra gli elettori. È una nevrosi diffusa ben oltre i ceti medi. In Italia e in Europa l’economia è così ferma che anche i genitori benestanti sentono di dover investire sempre di più nell’istruzione dei loro ragazzi solo per permettere loro di mantenere lo status che loro avevano conquistato (più spesso, preservato) con molto meno. Questa è un’area sulla quale lavorare. Poiché è ormai certo che l’educazione di età prescolare è determinante nella vita, l’Unione Europea dovrebbe finanziare un programma rafforzato per i bambini più piccoli. Un Erasmus obbligatorio dei migliori insegnanti delle scuole materne e primarie ucciderebbe in un colpo molto dell’antieuropeismo più sguaiato. Se poi l’Italia portasse l’età dell’obbligo a 18 anni, eliminerebbe almeno trecentomila abbandoni scolastici all’anno. Per non parlare dell’equilibrio in movimento fra studio e lavoro: con la velocità attuale di cambiamento delle tecnologie e delle conoscenze, gli adulti hanno bisogno di spazi per tornare a imparare in modo serio a scadenze costanti. Sono solo esempi, altri saranno certamente migliori. È tempo di pensare l’impensabile per salvare le nostre democrazie, come lo fu nel 2009 per salvare le economie. Ma allora i leader risposero all’appuntamento con la storia. Adesso non sembrano aver capito di averne uno.

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