La conferma della gravidanza

La Marchesa di O… è la storia di una gravidanza prima negata e poi ammessa, senza che ci sia un chiarimento sulla sua origine. Il brano riportato qui sotto corrisponde a un punto di svolta, al momento in cui il fatto diventa innegabile. Ma come si può negare l’evidenza? La potenza del desiderio (soddisfatto) si infrange contro il muro di convenzioni sociali che rendono inconcepibile l’accaduto. La Marchesa fugge finché può. Soltanto anni dopo, all’interno di un  matrimonio riparatore ormai stabilizzato si arriva all’ammissione sotto la veste di una metafora elegante e persuasiva.

 

Heinrich Von Kleist, La Marchesa di O  (1808)

… “Cara, eccellente madre!”, diceva la marchesa, sorridendo con gli

occhi pieni di lacrime. “Non sono fuori di me. Il dottore mi ha detto

che sono incinta. Fate chiamare la levatrice, e appena avrà detto che

non è vero, mi calmerò”.

“Bene, bene!”, rispose la moglie del colonnello, reprimendo la sua

angoscia. “Verrà subito; arriverà subito, se proprio vuoi che rida di

te, e ti dica che sogni, che non ci stai con la testa”. E così dicendo

suonò il campanello e mandò sui due piedi un domestico a chiamare la

levatrice.

La marchesa era ancora distesa, con il petto ansimante per

l’inquietudine, fra le braccia della madre, quando arrivò la donna, e

la moglie del colonnello le confidò a causa di quali strane fantasie

sua figlia fosse a letto malata. La signora marchesa giurava di

essersi comportata virtuosamente, eppure, tratta in inganno da una

sensazione incomprensibile, pensava necessario che una donna esperta

controllasse il suo stato. La levatrice, mentre la andava esaminando,

parlò di sangue giovane e della perfidia del mondo; spiegò, quando

ebbe finito, che di casi simili gliene erano già capitati; le giovani

vedove che si venivano a trovare nelle sue condizioni dicevano tutte

di essere vissute su un’isola deserta; e intanto tranquillizzava la

signora marchesa, assicurandole che l’allegro corsaro approdato

nottetempo prima o poi si sarebbe trovato.

A queste parole la marchesa svenne. La moglie del colonnello, che non

poté reprimere il suo sentimento materno, la richiamò sì, con l’aiuto

della levatrice, alla vita; ma, quando fu rinvenuta, l’indignazione

vinse.

“Giulietta”, gridò la madre con il più profondo dolore, “vuoi aprirti

a me, vuoi dirmi il nome del padre?”. E sembrava ancora incline al

perdono. Ma quando la marchesa disse che sarebbe diventata pazza, la

madre alzandosi dal divano disse: “Vattene! Vattene! Sei un’indegna!

Maledetta sia l’ora che ti ho messo al mondo!”. E lasciò la stanza.

La marchesa, alla quale sembrò di nuovo che la luce del giorno

svanisse, attirò a sé la levatrice e, tremando con violenza, appoggiò

il capo sul suo petto. Con la voce rotta, le chiese come procedesse la

natura per le sue vie, e se vi fosse la possibilità di concepire senza

saperlo.

La levatrice sorrise, la liberò del fazzoletto e disse che quello non

era certo il caso della signora marchesa. No, no, rispose la marchesa,

non aveva concepito senza saperlo; voleva solo sapere, così, in

generale, se un simile evento può avvenire in natura. La levatrice

rispose che questo, a parte la santa Vergine, non era mai successo a

nessuna donna sulla terra.

La marchesa tremava sempre più violentemente. Credeva di doversi

sgravare da un momento all’altro e pregava la levatrice, stringendosi

a lei con angoscia convulsa, di non abbandonarla. La levatrice la

tranquillizzò. Le assicurò che il momento del parto era ancora

lontano, le consigliò i mezzi con i quali, in casi simili, si può

sfuggire alla maldicenza del mondo e disse che tutto sarebbe finito

bene. Ma poiché quelle ragioni di consolazione erano altrettante

stilettate al cuore dell’infelice marchesa, essa si fece forza, disse

che si sentiva meglio e pregò la donna di allontanarsi.

La levatrice era appena uscita della stanza, quando alla marchesa fu

portato un biglietto della madre, nella quale essa si esprimeva così:

“Il signor di G… desiderava, nelle attuali circostanze, che lei

abbandonasse la sua casa, le inviava, acclusi, i documenti che

riguardavano il suo patrimonio, e sperava che Dio gli risparmiasse la

sventura di rivederla”. La lettera era bagnata di lacrime, e in un

angolo c’era una parola cancellata: “dettata”.

Il dolore proruppe dagli occhi della marchesa. Corse, singhiozzando

per l’errore dei genitori e per l’ingiustizia che quelle persone

eccellenti erano indotte a commettere, nelle stanze della madre. Le

dissero che era dal padre. Barcollando, raggiunse le stanze del padre.

E, quando trovò le porte chiuse a chiave, vi si accasciò davanti,

invocando, con voce piangente, tutti i santi a testimoni della propria

innocenza.

 

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Nell’ultima, geniale battuta del racconto Kleist svela le ragioni dell’iniziale diniego della protagonista, e rende praticamente certo il sospetto che accompagna il lettore durante l’intera vicenda: lei sapeva, ha sempre saputo, cercava solo una conferma.

«[…] Quando una volta il conte, in un’ora felice, domandò alla moglie perché, in quel terribile giorno 3, quando sembrava preparata a qualunque depravato, fosse fuggita davanti a lui come da un demonio, lei rispose, buttandogli le braccia al collo: non le sarebbe apparso allora come un demonio, se alla sua prima apparizione non le fosse sembrato un angelo» [13].

E forse, in quella lontana notte sconvolta dall’assalto dei russi e illuminata dalle fiamme, la marchesa non si è concessa al conte F… del tutto inconsapevolmente. Solamente non immaginava che l’amore di un «angelo» potesse essere tanto simile a quello di un uomo, e generare persino un figlio.

http://freemaninrealworld.altervista.org/heinrich-von-kleist-la-marchesa/

critique-la-marquise-d-o-rohmer16

Il trattino più famoso nella storia della letteratura tedesca: “Hier – traf er, da bald darauf ihre erschrockenen Frauen erschienen, Anstalten, einen Arzt zu rufen; versicherte, indem er sich den Hut aufsetzte, daß sie sich bald erholen würde; und kehrte in den Kampf zurück”.

http://machiave.blogspot.it/2013/01/una-pittrice.html

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