Solo e pensoso

 Solo non è difficile, pensoso diventa sempre più raro, si direbbe
Francesco Petrarca

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

 

 

 “Solo e pensoso i più deserti campi” è il sonetto XXXV del “Canzoniere”, uno dei più celebri e forse uno dei primi ad essere composti.
In questo componimento il soggetto d’amore si presenta, secondo un topos poetico classico, come solitario. La dimensione della solitudine e del disprezzo della compagnia altrui viene fissata e canonizzata nella letteratura italiana da questo sonetto. L’identità amorosa maschile occidentale si modella sul soggetto amoroso di questo sonetto in particolare: il soggetto si proietta nel paesaggio, che diventa uno schermo della solitudine, della ricerca di questa e del viaggio solitario in luoghi incontaminati dall’impronta umana (“dove vestigio uman l’arena stampi”). La solitudine diventa anche oggetto di riflessione in un’altra opera petrarchesca, il “De vita solitaria”, che riguarda il rapporto tra vita cittadina e vita in campagna, che è una vita ritirata e riparata. Petrarca inventa il paesaggio moderno in quanto specchio dell’anima, in cui si proiettano le delusioni e le sensazioni del soggetto. Ogni elemento è animato e ispirato dalle proiezioni soggettive del poeta. Al verso 12 si può trovare un richiamo alla tradizione dantesca precedente, in particolare sembra Petrarca sembra riallacciarsi alle “Rime petrose” di Dante con l’aggettivo “aspre” (“sì aspre vie nè sì selvagge”), che si ritrova anche nel primo verso del componimento più famoso delle “Rime petrose”, “Così nel mio parlar voglio esser aspro”. (Andrea Cortellessa)
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